Corro sempre (con l’asta e con Giacobbe Fragomeni) per la Fondazione De Marchi!

Corro sempre (con l’asta e con Giacobbe Fragomeni) per la Fondazione De Marchi!

“Ma chi è quel pirla che va in giro per strada con un’asta?”. Domenica scorsa non ho sentito questa frase ma gli sguardi di molti passanti, tra il divertito e il compassionevole, parlavano chiaro. In una meravigliosa Milano primaverile senza le auto e la nevrastenia giornaliera lavorativa che non le rende certo giustizia. Una bella passeggiata con la mia immancabile asta, e la bandiera dei bambini della Clinica Pediatrica De Marchi, per raggiungere il punto di partenza della quarta frazione della Charity Relay alla Milano Marathon.

E poi via, 10 km abbondanti con asta per le vie di Milano, per raggiungere anche quest’anno il traguardo di solidarietà, ideale e reale, per raccogliere fondi in favore di questo ospedale che si occupa di bambini. Per il quarto anno consecutivo con l’asta, e guarda caso in un percorso semore più lungo.

Quest’anno è tornato a portarmi il testimone Giacobbe Fragomeni. Pugile, campione mondiale ma soprattutto bella persona dall’animo buono. Sono felice di vederlo e sono ancor più entusiasta quando decide di accompagnarmi fino al traguardo, facendo quindi ben due frazioni di staffetta. Partiamo, come sempre con molta calma. Le nostre chiacchiere non fanno sentire il caldo e la fatica. E poi è un piacere sentir parlare Giacobbe: del suo ultimo titolo perso, della consapevolezza che la sua carriera è quasi alla fine ma che lui ha un futuro ben chiaro e delineato: quello di fare il maestro di boxe, e soprattutti di aiutare chi ne ha bisogno. Lui che viene dalla periferia di Milano e della vita, e che ha trovato nella noble art un libro su cui scrivere una storia meravigliosa di sport e di vita. Un libro ancora aperto, che racconta oggi degli incontri con i carcerati per insegnare boxe, e della speranza di aprire un centro tutto suo, su cui calamitare gli interessi di tanti giovani, abbandonati a se stessi e dimenticati dalla nostra società, ma con tanta voglia di esprimersi attraverso lo sport sano e l’aggregazione.

Sì, sono rapito dalle parole di Giacobbe Fragomeni, tant’è che l’asta non mi pesa e non ho neppure bisogno di troppi rifornimenti. Milano è una città bella ed accogliente in queste ed in tante altre circostanze, e vedere un sacco di persone che ci incitano ai bordi della strada (nonostante continuino a guardare con curiosità questa asta che si muove…) ci gratifica e ci rende orgogliosi. Il nostro, ricordiamolo, non è certo un obiettivo sportivo, ma sappiamo che attraverso un piccolo gesto di sport si può fare molto altro!

Manca poco all’arrivo ormai. Si comincia a guardare il tabellone dei chilometri. In fondo, la fatica si fa un po’ sentire. Giacobbe ha corso 20 km, io là metà ma con oltre 6 kg di lunga zavorra…quando vediamo gli amici della Fondazione De Marchi unirsi a noi, capiamo che manca davvero poco all’arrivo. Ancora qualche passo, e ce l’abbiamo fatta. Sono felice, e mi verrebbe quasi voglia di saltare con l’asta. Poi, per fortuna, torno alla realtà e brindo con una bella birra a questa nuova impresa. W la Milano Marathon, W la Fondazione De Marchi!

FOTO DI GIANCARLO COLOMBO, ROBERTO MANDELLI (Podisti.net) e LAURA MARRA

Giacobbe Fragomeni e Andrea GianniniMilano2Milano3Milano4Milano5

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Correre fa sempre bene…anche con l’asta!

Ketoprofene, o Diclofenac sodico”. L’amico medico, da me disperatamente interpellato il giorno prima, sentenzia così e mi passa un paio di pasticche. Da quando ho smesso di fare salto con l’asta da atleta professionista avevo deciso di dire basta con gli antinfiammatori, ma per l’occasione uno strappo alla regola si fa: c’è da correre, per il quarto anno consecutivo, per la Fondazione De Marchi alla Charity Relay della Milano Marathon. 9 km e passa. Con l’asta, come sempre, sulle quali monterò come ogni anno la bandiera fatta dai bambini della Fondazione.

Facciamo un salto indietro. 10 giorni fa. Convocato alla partita alunni vs. professori alla Scuola Media Bramante di Vigevano, dove sto precariamente insegnando educazione fisica. Mi sento in forma, e il mio istinto rapace da bomber di area di rigore mi supporta ancora. Peccato che il dribbling non c’è e non c’è mai stato, e in un goffo tentativo di scartare un avversario scivolo sopra la palla e, con un volo fantozziano, batto una colossale sederata a terra. La partita prosegue, faccio goal, vinciamo e firmo autografi, ma il mio osso sacro ancora ne risente. Ma per la Fondazione De Marchi, tra 10 giorni, ci devo essere.

Dopo aver rotto il mio fioretto con gli antinfiammatori, domenica 5 aprile 2014 mi presento per fare i 9 km finali della Milano Marathon insieme agli amici e ai volontari che fanno tanto, davvero tanto, per questo ospedale pediatrico. A correre con me, quest’anno, ci sarà un altro personaggio d’eccezione: Gigi Sammarchi, quello della mitica coppia comica Gigi & Andrea che tanto si è fatta apprezzare negli anni ’80 e ’90. Gigi, adesso, è un bel signore brizzolato (somiglia molto al politico Antonio Razzi, ma non diciamoglielo…!) che si gode la vita, facendo jogging al Parco Sempione e adoperandosi per fare del bene. Restiamo, assieme, in attesa dei nostri rispettivi staffettisti, e troviamo il tempo di fare due chiacchiere e goderci la bella giornata di sole milanese. Passano minuti, e finalmente il suo cambio arriva. Non il mio. Eppure, lo staffettista che doveva consegnarmi l’ideale testimone era un esperto runner, e sarebbe dovuto arrivare molto presto. Mi preoccupo un po’, aspetto dell’altro, poi Gigi ed io decidiamo di partire assieme (io senza il mio cambio, chissenefrega). Dovremo correre per 9 km circa, poi tutti gli amici della De Marchi si uniranno a noi, come sempre, per tagliare tutti assieme il traguardo.

Partiamo, facile, tra una chiacchiera e l’altra, a un perfetto 6’00”/km di ritmo. La giornata è calda e soleggiata, i ristori ci sono ancora così come i milanesi incazzati in auto che, come ogni anno, ci riempiono di improperi, dando come sempre prova di altissima cultura sportiva. Andiamo avanti e troviamo anche il tempo di recuperare un bel po’ di posizioni: superiamo qualche maratoneta disperso partito 5 ore prima, e anche qualche staffettista più lento di noi (e ce ne vuole!). Ma non abbiamo fretta: vogliamo goderci la giornata e la nostra sgambata solidale. L’asta, con attaccata in bella mostra la bandiera firmata dai bambini della De Marchi, non pesa poi così tanto. Ad un paio di chilometri dalla fine sento una voce amica che mi incita: “Vai Andrea!”. E’ quella di Stefano Baldini, il grande maratoneta adesso Ct della Nazionale giovanile di atletica. Non se essere felice e lusingato del suo incitamento, o distrutto dal fatto che lui sia lì dopo essere arrivato da tempo con la sua staffetta, rifocillato, fatto la doccia e già pronto con la valigia per ripartire… La prendo bene, tanto ormai manca poco. A 500 metri dall’arrivo ci aspettano tutti gli amici della Fondazione De Marchi che taglieranno il traguardo insieme a noi. Quest’anno siamo davvero tanti, e le nostre maglie rosse danno un bel colpo d’occhio in una bella giornata di sole. Arrivano gli applausi, il taglio del traguardo (con l’asta) e poi le interviste di rito. Missione compiuta, anche quest’anno. Arrivederci al 2015!

PS: l’antinfiammatorio alla fine ha funzionato 🙂

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Selfie con Gigi Sammarchi prima della partenza della staffetta alla Milano Marathon 2014
Selfie con Gigi Sammarchi prima della partenza della staffetta alla Milano Marathon 2014

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Correre fa bene…anche con l’asta!

E’ passato un altro anno, ricco di tante cose belle e anche qualcuna meno bella, ma l’importante è essere di nuovo qua ad inforcare la mia asta e correre una frazione della Relay alla Milano City Marathon in favore dei fantastici bambini dell’Ospedale De Marchi. C’è una novità, nel frattempo: i km da percorrere da 8 sono diventati 9. La cosa non mi fa paura anche perché, nonostante sia più vicino ai 40 che ai 30, una sana dose d’incoscienza mi accompagna ancora. Per fortuna.

Con Pierluigi Casiraghi, in attesa di partire per la nostra frazione
Con Pierluigi Casiraghi, in attesa di partire

Come lo scorso anno, correrò l’ultima frazione, avendo l’onore di portare la bandiera della Fondazione De Marchi fino al traguardo. Manuela è con me, e corre per la Disabili No Limits Onlus di Giusy Versace, la quale non mi ha perdonato e mai mi perdonerà il “tradimento” del non correre per loro… Con la mia bellissima maglietta “griffata” Andrea Giannini proprio dai ragazzi della De Marchi, mi avvicino alla zona cambio aspettando l’amico Francesco, che a “passo merenda” mi porterà il testimone. Assieme a me, impegnato in un’altra staffetta sempre per la Fondazione De Marchi, c’è Pierluigi Casiraghi: un mito del calcio di qualche anno fa (chi non lo ricorda con le maglie di Juve, Lazio e Chelsea) ma soprattutto persona affabile, simpatica ed impegnata nel sociale. Con Gigi aspettiamo i nostri compagni di squadra, e c’è modo di scambiare due chiacchiere sul calcio (è in attesa di una nuova panchina da allenatore, dopo l’esperienza con l’Under 21 azzurra) e sull’atletica (la sua bambina fa salto in lungo all’Atletica Monza, che bello!), anche perché chi ci deve dare il cambio se l’è presa molto comoda… Dopo tempo immemore, ma con aria più che dignitosa, arriva Francesco che mi dà il cambio: lo abbraccio, assicuro il chip sulla mia asta per non perderlo e saluto Casiraghi, che resterà in attesa del suo cambio ancora per un bel po’.

Al traguardo!
Al traguardo!

Inizia la mia lunga rincorsa con l’asta: lo scorso anno l’ho fatta tutta con la pioggia, mentre quest’anno il vero nemico è il vento che, se da una parte fa tendere imperiosa e ben visibile la banidera della De Marchi, dall’altra mi costringe ad uno sforzo supplementare per tenere alta l’asta. Nonostante questo, il mio passo è baldanzoso e supero addirittura uno staffettista con una bandiera (“guarda che bandierone porto io” gli faccio capire con lo sguardo, superandolo con boria). Sul percorso incontro tanti amici che mi incitano ma anche tanti che mi prendono in giro (tipo Paolo del negozio sportivo Verde Pisello: e pensare che corro con le scarpe comprate da lui…), incrocio il meraviglioso gruppo della onlus “L’Abbraccio”, con l’amica Simona e il suo splendido Niccolò, e tanti altri appssionati che corrono nell’occasione per fare del bene. Quando comincio ad accusare un po’ la fatica, ecco che un provvidenziale runner mi si affianca, dandomi compagnia e conforto. A dire il vero, vorrebbe anche scambiare due parole, ma io sono decisamente a corto di fiato… I chilometri passano e, nonostante la fatica, già mi dispiaccio al pensiero che la fine della gara si avvicina: per un momento, vorrei che questi chilometri non finissero mai, tanto è bella questa esperienza. L’acido lattico, però, mi riporta alla realtà, ma il traguardo non dev’essere poi così lontano. Vedo gli amici della De Marchi che sono venuti a “scortarmi” sull’arrivo. Francesco, preso dall’entusiasmo, scavalca una balaustra in modo decisamente fantozziano e mi raggiunge.

Balbettando qualcosa allo speaker
Balbettando qualcosa allo speaker

Il traguardo è un tripudio di entusiasmo, calore e gioia: è come una festa, anzi di più! Con il poco fiato a disposizione, balbetto un ringraziamento ai microfoni dello speaker, per poi buttarmi nelle braccia di Manuela (arrivata molto prima di me!). Ci sono poi le interviste, le foto, i saluti e il ristoro (con birra) a corollario di questa nuova, splendida giornata. Bello bello bello.

E anche quest’anno, mi sono divertito.

 

Andrea Giannini
Foto di Giancarlo Colombo

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…E ora anche l’Ecotrail!!!

Saltando a piè pari il commento sui Campionati Europei di Atletica di Barcellona (che sinceramente potevano andare meglio, ma la dirigenza Fidal sembra non accorgersene…), mi sono concentrato sulle vacanze. Nella “mia” Maremma, Manuela ed io ci siamo imbattuti in una bellissima sorpresa. Il 12 agosto era infatti in programma a Pian di Rocca, nelle vicinanze di Castiglione della Pescaia, la 1° Ecotrail Pian di Rocca, organizzata dagli amici locale Team Marathon Bike e dalla Uisp Grosseto. La gara, della lunghezza di 11 km quasi tutti con sterrato e con dislivelli davvero importanti (250 m) ha avuto un “tracciatore” e protagonista d’eccezione: il professor Romano Prodi (qui con noi nella foto), amico della Maremma dove ogni anno viene in vacanza, e grande appassionato di sport. E la gara, come sempre, mi ha visto protagonista dei bassifondi…

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La mia Deejay Ten

Per i detrattori che immaginavano che il mio rapporto con il running si fosse ormai interrotto…a questo punto dovranno ricredersi! A dire la verità, il mio rapporto con la corsa non è né di amore né di odio, bensì di tacita sopportazione. Ultimamente ho avuto di meglio da fare (gli allenamenti con i “miei” astisti di Vigevano, grandi partite a basket…), ma poi è arrivato un apppuntamento al quale non si poteva mancare: la Deejay Ten.

Arrivato dunque con una forma ancor più pessima del solito, l’obiettivo era uno solo: coprire i 10 km del percorso sotto il limite “della decenza” di un’ora. Dopo una colazione “tecnica” (due brioches al cioccolato e caffè) e come sempre senza un secondo di riscaldamento e stretching, eccoci finalmente alla partenza. Gli amici, venuti da Vigevano con noi, si stavano riscaldando già da tempo. Raccomandati dall’amico e collega Genny Di Napoli, Manuela ed io ci siamo catapultati in prima fila del gruppone degli oltre 4000 partenti della gara. “E se ora mi calpestano?” ho pensato subito, immaginandomi la torma di atleti, pseudoatleti ed orgogliosi tapascioni (tutti vanno più forte di me) che con piglio agonistico mi passavano sopra come un branco di bisonti.

E poi lo sparo: dopo pochi metri conquisto subito i margini della strada e vedo sfilare davanti a me gente, gente e ancora gente. Ma quanti sono? E tutti vanno così più forte di me? Mi sorpassa Bortolino, specialista Viginon che ha una grande somiglianza (separati alla nascita?) con l’ex campione di volley Steve Timmons. E mentre affondo nel ventre molle del gruppone, quello degli stinchi pelosi e delle incipienti ritenzioni idriche, passa il primo chilometro ad un ritmo ben troppo forsennato per me: 4’30”. Scalo marcia e comincio a puntare i miei “soliti” avversari: signore attempate, uomini in palese sovrappeso, turisti ed avventori. E finalmente arriva lui, l’ex sessantottino barbuto: ma sarà lo stesso della gara di Loano dello scorso anno? Boh, io però non lo mollo: seguo il “Barba”, lo accompagno per qualche chilometro e al settimo (ovvero quando i migliori hanno già tagliato il traguardo…) lancio l’attacco. E qui comincia la rimonta: mi “mangio” due signore attempate, tre cicciotti, un palestrato ed un peloso. Il “Barba” è battuto, anche stavolta. Al traguardo il mio tempo effettivo è di 51’40”, che mi varrà il 2291° posto su 3474 arrivati. L’amico Ottavio Andriani, vincitore della corsa, è arrivato “solo” 21 minuti prima di me: ma entrambi abbiamo fatto fatica.

Il gruppo di "tapascioni" di Vigevano alla Deejay Ten 2009

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IMBATTIBILI!

Neppure la pioggia ci ha fermato. Una pioggia fine e fastidiosa, più inglese che padana. E neppure il mio “storico” e cronico mal di schiena, evolutosi per l’occasione in contrattura muscolare a causa dell’umidità, del duro lavoro (a cui non sono abituato) e di altri particolari che vi racconterò più avanti. Ma Carlitos ed io non potevamo certo mancare alla partenza della Family Run, gara di 4 km non competitiva ma assai sentita, che ogni anno fa da contorno alla Scarpa d’Oro Half Marathon di Vigevano. Per confermare il titolo dello scorso anno di “cane e padrone più veloci” e dimostrare di essere i più forti. Ovviamente, ce l’abbiamo fatta.

Non che tutto sia stato così facile, anzi. Innanzitutto, io ci ho messo del mio. Partendo dal venerdì precedente, quando al termine di una giornata “operaia” passata ad allestire striscioni pubblicitari per l’Half Marathon, vedendo saltare con l’asta alcuni amici di Vigevano anche a me è venuta l’incauta idea di riprovarci, dopo quasi due anni che non prendevo un’asta in mano. Gara secca, agonistica, nel quale i miei 4,20 con 10 passi di rincorsa (con scarpe di gomma slacciate e tuta “da operaio”) mi hanno permesso di vincere il titolo di campione del giorno.

Fisioterapia prima della Scarpa d'Oro 2009

Il giorno successivo, il sabato, è arrivata la pioggia a rendere più umidi i nostri allestimenti, e a far cantare ancora più forte la mia schiena malandata. Complice anche l’ora in meno dormita a causa del cambio dell’ora sono così arrivato a domenica mattina, momento della gara, completamente distrutto, tanto da pensare di non presentarmi nemmeno alla partenza. Ma nello stesso momento è arrivato lui, con il pettorale già ben fissato sulla schiena e la coda in perenne movimento alla ricerca di un gioco, del cibo o magari di una bella cagnolina. Non si poteva dire di no a Carlitos, e dunque mi sono presentato regolarmente ai nastri di partenza della Family Run. Prima, però, di essere passato da una brava fisioterapista che, quantomeno, mi ha permesso di riportarmi in stazione eretta (vedi foto qui accanto).

Pronti via, ma lo start non è stato brillante come lo scorso anno. Un po’ per i miei acciacchi, un po’ perché il buon Carlitos odia l’acqua e quindi anche la pioggia, e dunque non pareva così ispirato a correre. Così, quando mi aspettavo che mi trascinasse per le via cittadine e l’ho visto solo trotterellare con aria annoiata, sono stato costretto io a tirare lui. Ed in più, per Carlitos ogni angolino era buono per fermarsi, alzare una zampa posteriore e marcare con nobile pipì la regalità del suo passaggio. Così, a strappi, siamo andati avanti, fino a quando non mi sono visto dietro la sagoma di un meticcio di cane lupo con il padrone di corsa. “Eh no Carlitos – ho pensato – non possiamo mai perdere“. “Eh no Andrea – avrà pensato lui – il cane più veloce di Vigevano sono io, quindi anche se non ho molta voglia, corriamo!“. Ed ecco che, come per miracolo, la grande coppia si è rimessa in moto come ai vecchi tempi, attuando una progressione imperiale che, nell’ultimo chilometro e mezzo, gli ha permesso di staccare nettamente qualsiasi altra forma animale che non sia l’uomo. Primi, anche quest’anno. Praticamente imbattibili!

Al traguardo della Scarpa d'Oro 2009...primi!

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Preatletismo generale e tecnica della corsa nel calcio

Se ne sentono di tutti i colori, al giorno d’oggi, per quanto riguarda la preparazione atletica nel calcio. D’altronde, com’è giusto che sia, negli sport di squadra fa fede soprattutto il risultato, per cui chi vince ha sempre ragione. Di conseguenza tutti gli addetti ai lavori (o pseudo-tali) si sentono autorizzati a mettere in atto le teorie metodologiche più fantasiose. Bontà di Werchoschanskij, Platonov o Thsciene…ma se una palla ruzzola in rete allora non c’è metodologo, o metodologia, che tenga…

Partiamo adesso dalla cosa più semplice, e fino a un certo punto più naturale: la corsa. E la sua tecnica di esecuzione. Per quel poco di esperienza che ho, a mio avviso la corsa di un calciatore deve essere molto simile a quella di un velocista nei primi metri di corsa: busto leggermente inclinato in avanti, bacino in retroversione ed azione del piede piuttosto verticale. Scattare più velocemente, o arrivare sul pallone un centesimo prima dell’avversario è fondamentale al giorno d’oggi. Per arrivare a tutto ciò, è essenziale un robusto lavoro di condizionamento muscolare (vedi: espressione esplosiva e reattiva della forza) ma, a mio avviso, anche di una buona base di tecnica di corsa.

Per far questo, il mezzo di allenamento più semplice (ottimale anche perché può rappresentare anche un’utile prosecuzione della fase di riscaldamento) è tutto ciò che riguarda i cosiddetti “preatletici”, ovvero tutta quella serie di esercizi atti ad allenare in modo analitico la tecnica di corsa. Nono tutto, però, è così scontato. Allenare i preatletici vuol dire soprattutto conoscerli, eseguirli e farli eseguire nel migliore dei modi. Cosa che, purtroppo, accade veramente di rado negli sport come il calcio. I requisiti per un buon lavoro di preatletismo della corsa (con annesso potenziamentio generale) devono essere:

1. Una conoscenza generale della biomeccanica della corsa.

2. Che l’esercizio del preatletico non sia una mera routine, ma ogni volta sia posta la massima attenzione sul gesto sia da parte del giocatore, che da parte del preparatore atletico.

3. Che abbia anche una capacità “condizionante”, ossia possa agire sul carico fisico e motorio, anche amianto a piccoli esercizi di potenziamento.

Di seguito alcuni esempi applicativi del lavoro di preatletici, rapidità ed esercizi di potenziamento per la corsa da poter applicare in campo.

Preatletici:

· Skip alto

· Skip basso

· Corsa calciata dietro

· Corsa gambe tese

· Corsa gambe tese con il movimento delle anche

· Esercizio di impulso

· Slancio gamba alternato

· Slancio stessa gamba

· Raccordi tra i vari esercizi

· Raccordi dei vari esercizi con la corsa

Esercizi di rapidità:

· Skip rapido sul posto + scatto a stimolo uditivo o visivo

· Skip rapido su ostacoli a varie distanze

· Cambi di direzione e di senso su varie angolazioni

· Raccordi tra i vari esercizi

Potenziamento muscolatura della corsa:

· 2x3x15 potenziamento caviglie allo scalino

· 3×10 affondi in divaricata sagittale

· Balzi alternati

· Alzi alternati-successivi (dx-dx-sx-sx…)

· Balzi a piedi pari o tra ostacoli

· Esercizi vari per i piedi (statici e dinamici)

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1h58’53″: che “mezzo”-maratoneta!

I maratoneti di tutto il mondo sono avvisati: Andrea Giannini sta arrivando! Senza un grammo di allenamento (per fortuna: ucciderebbe la fantasia!), senza un grammo di cognizione di causa (beata l’innocenza) ma con diversi kilogrammi in più da portarmi dietro (naturalmente è massa muscolare…) ho sfatato il “mito” della Mezza Maratona, correndo a Pavia in 1h58’53″. I detrattori del sondaggio, adesso, possono pure fuggire: chi mi ha dato fiducia e ha detto “un tempo intorno alle due ore” è il naturale vincitore, mentre per chi ha votato “vince e fa il record del mondo” l’appuntamento è soltanto rimandato alla prossima gara…

Partiamo da sabato: giornata da atleta-asceta dopo un venerdì (come al solito) di bagordi, con la scusa del “carico glicemico” mi sono ingurgitato, tra pranzo e cena, circa 8 etti di pasta (che adoro). Arrivata la domenica, mi sveglio con la solita voglia di tornarmene a letto: non per paura della gara, ma nemmeno con lo”sguardo da tigre” con cui mi svegliavo quando facevo salto con l’asta. Il tempo di una colazione e si parte per Pavia: arrivati in zona partenza un caffè, un bicchiere di integratore ed il primo dilemma: “dov’è la toilette?”. Giro che rigiro non trovo una latrina che sia una: è già tempo di avvicinarsi alla partenza e mi tengo tutto, con conseguente colite fulminante che mi accompagnerà per tutta le gara ed oltre.

Pronti via: si parte e mi lascio come sempre trascinare dal basso ventre del gruppo dei 1100 partenti. Trovo in una nuova coppia di burocrati i miei naturali avversari di giornata, li punto con sguardo di sfida e mi attacco a loro come il peggiore dei succhiaruote. Manuela, anche quest’oggi è con me, mi lascia un po’ andare avanti e si fa la sua “mezza” sorridendo e guardando il paesaggio circostante. Davanti a me: tecnico come non mai, vedo sfilare non un avversario ma un “buon esempio” da seguire: è Daniele Albertini, ex martellista mio compagno di squadra in Cento Torri Pavia e adesso valente runner e fitness-man. Nonostante la differente specialità di provenienza lui adesso, a differenza mia, per correre si allena. Ed i risultati si vedono.

Il ritmo è vivace (per me, s’intende): intorno ai 5’40″/km. Passo così i primi 10 km in 56 minuti e spiccioli, quando arriva il pit-stop: Manuela si infila in un bar e riappare due minuti dopo decisamente rinfrancata (si immagina do cosa) mentre io sono ormai affezionato alla mia colite. Si riparte e grazie al riposino, il ritmo sale: 5’20″, 5’10″, 5’00″, 4’50″/km. Tutti quelli che erano andati avanti durante la mia sosta li sto riprendendo con passo baldanzoso: coppie di fidanzati, corridori un po’ agé ed infine ecco il mio burocrate (l’altro si era perso, nel frattempo): superato a velocità doppia!

Al traguardo assieme a Daniele Albertini, ex lanciatore di martello

Doppia come la mia vista negli ultimi chilometri: sento l’incitamento del pubblico quello di Manuela che mi trascina come se fosse il suo cane Carlito, vedo madonne e madonnine e poi il traguardo: è fatta! Tempo ufficiale: 1h58’42″. Tempo reale: 1h58’53″ perché alla partenza avevo erroneamente scambiato il chip con Manuela, arrivata leggermente prima di me: quando si dice l’esperienza… Vedo Albertini, arrivato da un paio di minuti, che mi aspetta e mi saluta, con un abbraccio che significa “che fine che abbiamo fatto”…”. Una bella fine, non c’è che dire. Dopo anni monotematici di tecnica, forza, esercizi analitici e non, abbiamo aperto i nostri orizzonti e fatto qualcosa di nuovo. Ogni tanto è bello cambiare, fare nuove esperienze ed esplorare i propri limiti, anche quando sono poco al di là del proprio naso.

L’ultima parola, come sempre, è un appello alla povera Fidal, visti anche i non esaltanti risultati della concomitante Maratona di Carpi (brava Rosalba Console, per fortuna). Sono pronto a mettermi a disposizione per la squadra di maratona: sono già abbastanza vecchio per non abbassare l’età media, vado piano e per me va bene qualsiasi allenatore. Pensateci.

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Runner recidivo

Non dico che ci ho preso gusto…ma dopo qualche mese dalla mia prima impresa ci ho riprovato. Mentre da molte parti d’Italia si celebrava il funerale dell’atletica leggera, con le improbabili finali dei Campionati di Società (leggasi: scudetto dei poveri) che hanno visto vincere chi è riuscito a tesserare più atleti militari o stranieri, io mi sono imbattuto di nuovo nell’incantevole tapascismo provinciale. Domenica scorsa, infatti, ho partecipato alla seconda edizione del Giro delle Mura di Loano, gara di 10 km perfettamente organizzata nella cittadina savonese. Risultato: 211° (su 277 arrivati) con il tempo di 51’10″. Test riuscito che mi fa lanciare una nuova sfida: la Mezza Maratona di Pavia del 12 ottobre.

Certo, in senso assoluto la mia performance è ben lontana dalle pur oneste prestazioni che facevo quando saltavo con l’asta. Però ci sono da fare dei distinguo: allora mi allenavo con un pazzo, e adesso vado a correre quando ho voglia, senza regole o quando mi sento troppo ciccione; allora ero professionista, e adesso devo guadagnarmi da vivere lavorando (poco) però mi adeguo; infine, al salto con l’asta un po’ ci ero portato, al running no. Obiettivo dichiarato alla vigilia: scendere con facilità sotto l’ora, magari anche sotto i 55 minuti. Alla fine, ho deciso che dovevo correre almeno la metà del record del mondo (26’17’53″ di Kenenisa Bekele)…e ce l’ho fatta!

Anche stavolta, il mio incedere con zoccolo ferrato da cavaliere medievale ha fatto paura a molti, però l’importante era arrivare in fondo…Cronaca della gara. Beve riscaldamento seguito da stretching per la catena posteriore e soprattutto per il mal di schiena (quella mattina, come ormai quasi tutte, mi ero svegliato piegato in due come una sdraio). Languida occhiata al percorso, che tutti i provetti runners avevano già maniacalmente perlustrato. Occhiata molto più interessata (e con ghigno di sfida) ai miei probabili avversari in gara: signora 60enne con bigodini ancora sulla testa, ex sessantottino folgorato da poco dalla corsa, burocrate cicciotto che ha avuto un brutto incontro con lo specchio, ed infine non poteva mancare il Matusalemme delle corse su strada, classe ’30 di quelli che “se arrivo dietro di lui, mi butto direttamente nel porto di Loano col sasso al collo”.

Nel bel mezzo a queste elucubrazioni la gara è partita, la mia dolce Manuela mi ha salutato (non poteva sopportare l’onta di accompagnarmi un’altra volta, d’altronde lei corre davvero) ed io mi sono fatto trascinare per qualche centinaia di metri dalla pancia del gruppo. Ben presto la pancia è diventata intestino, prima tenue e poi crasso, poi è meglio finirla qui. Primi due chilometri a ritmo fin troppo baldanzoso, tenendo a bada il burocrate con pancetta: 10 minuti stecchiti. Matusalemme e bigodino erano già indietro, per fortuna. A quel punto ho scalato un po’ marcia, mentendomi ad un ritmo un po’ più lento (diciamo intorno ai 5’20″/km) a galla esattamente tra l’ex sessantottino e il burocrate. Metà gara e rifornimento (a proposito, ma come s fa a bere correndo?) in 26 minuti esatti. La seconda parte, però, è stata un trionfo: definitivamente staccato il burocrate, mi sono avventato sul sessantottino (e sua moglie) e l’ho passato ad un chilometro dalla fine: qui ho messo in atto una delle progressioni più belle della storia del mezzofondo, una cavalcata delle Valchirie in salsa maremmana (povero Wagner, oddio…) che però mi ha permesso di passare nell’ultimo chilometro almeno una ventina di concorrenti. Il resto poi, è prassi, compreso l’avventarsi sulle prelibate schiacce del rifornimento post-gara. Non c’è che dire, anche stavolta mi sono divertito. L’importante è che burocrati e sessantottini siano sempre appassionati di running!

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La bella storia di Cristiana Artuso

E’ una delle migliori mezzofondiste italiane del momento. Ha partecipato a numerosi eventi internazionali (come gli ultimi campionati Mondiali Militari di Cross di Thun, in Svizzera) ed è una delle punte di diamante del Gruppo Sportivo Esercito. E’ infine una delle migliori espressioni sportive della mia terra, la Maremma. Ma pochi conoscono la storia di Cristiana Artuso: una storia difficile, che ha attraversato il buio tunnel dell’anoressia. Un tunnel dal quale però anni fa, ha avuto la forza di rivedere la luce e di tornare ad essere più forte di prima, nell’atletica come nella vita.

Oggi Cristiana, 30 anni, sposata con Andrea, corre per professione e per diletto. Nel frattempo trova il modo di portare avanti tanti altri progetti: giornalista pubblicista, gestrice di una palestra per ragazzi diversamente abili e, ultimo ma solo in ordine di tempo, testimonial di Avon Running: il circuito di corse podistiche, che attraversa tutta l’Italia facendo tappa a Bari, Roma, Napoli e Milano, esclusivamente dedicato alle donne. Donne che, come Cristiana, hanno storie da raccontare, o che con la propria esperienza possano contribuire in qualche modo ad aiutare, incentivandolo, l’universo femminile. Ed in questo caso, Cristiana Artuso ha molto da raccontare, ed ha deciso di farlo anche tra noi.

Cristiana, raccontaci la tua storia…

Ero una giovane promessa dell’atletica leggera, ma intorno alla maggiore età la mia sensibilità mi ha portato verso il meccanismo inconscio, e diabolico, della non accettazione di me stessa, e di conseguenza, del mio corpo. Come purtroppo accade di solito, ho cominciato a rifiutare il cibo ed a perdere peso, perché mi detestavo: detestavo il mio corpo e tutto ciò che mi stava attorno.

Come ne sei uscita?

Non è stato facile, ma la fortuna è stata quella di avere intorno a me un’équipe medica (quella di Villa Garda, nei pressi di Verona ndr) di primo livello, che mi ha aiutato sin dal primo momento. E poi non ho mai smesso di crederci.

Prima della tua malattia era una grande promessa dell’atletica italiana. Dopo sei diventata una certezza. Te l’aspettavi?

Nel mio cuore c’è sempre stata la pista di atletica, non mi ha mai abbandonato anche nei momenti più difficili. E’ il mio grande amore, e non l’ho mai dimenticato. Casomai, è cambiato il modo di rapportarmi con lo sport: prima misuravo il valore di tutto in base ai risultati, adesso ho imparato a correre per divertimento, senza troppi patemi.

Cristiana Artuso in maglia azzurra (archivio Fidal)

…Ed i risultati, negli anni, sono arrivati lo stesso. Te l’aspettavi?

Sinceramente no, e nemmeno ci pensavo. Quando sono uscita dall’anoressia ero una persona diversa: provata, ma rinforzata nel carattere. Tornare a correre è stato automatico ma, come detto, con uno spirito diverso. E piano piano sono tornati anche i risultati.

Ricordi qualche momento particolare della tua esperienza?

Quando entrai in clinica ero provata, però cercai subito tutte le informazioni possibili per riprendermi, e cercare di uscire dall’anoressia prima possibile. Da lì mi sono detta che, qualora ne fossi uscita, avrei esternato la mia storia come faccio adesso, grazie ad Avon Running.

E’ difficile uscire dall’anoressia per quanto è facile entrare?

Entrarne è davvero facile. Basta avere una sensibilità particolare che anche il più piccolo disagio diventa un dramma, che poi si trasforma nella non-accettazione di se stessa e del proprio corpo. Uscirne, come detto, è difficile dal punto di vista psicologico, ma non certo impossibile: basta avere molta perseveranze e le persone giuste accanto.

Tu hai scritto un libro (“Ritorno al porto”) che parla in maniera specifica della tua esperienza, ed hai avuto uno stretto scambio epistolare con l’allora Ministro dello Sport e delle Politiche Giovanili, Giovanna Melandri, la quale ha apprezzato molto il tuo sforzo nel diffondere la prevenzione. Un grande impegno, insieme alle tue altre attività. Pensi di proseguire in futuro?

Il mio sogno, oltre ovviamente quello di continuare a correre il più a lungo possibile, è quello di portare avanti le mie tante attività. La palestra per i ragazzi diversamente abili è stato una grande conquista, che spero si possa ingrandire ancora di più. Parallelamente, mi piacerebbe restare nell’Esercito, anche come istruttrice, così come mi piace scrivere di atletica e di sport. Ma non dimentico certo l’impegno per cui sono all’Avon Running, sperando che l’anoressia possa diventare solo un incubo da scacciare per migliaia di ragazze.

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