5 domande sul doping ad Alessandro Donati

5 domande sul doping ad Alessandro Donati

Breve intervista ad Alessandro Donati, tecnico di atletica leggera e poi grande accusatore del sistema doping italiano. L’intervista è stata rilasciata all’Auditorium Gaber di Milano il 30 gennaio 2013 in occasione della presentazione del suo ultimo libro “Lo Sport del Doping”. Le domande sono frutto della collaborazione con la redazione di Queenatletica.

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L’intervista ad Alessandro Donati del 2008

 

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“Un calcio alla violenza”: il bel contributo di Paolo Sollier

Dopo tanto tempo, finalmente, ho sentito qualcosa di nuovo e interessante riguardo il mondo del calcio. Ci è voluto l’intervento di Paolo Sollier – calciatore “rosso” negli anni ’70 ed oggi apprezzato scrittore e sguardo critico nel mondo del pallone, per respirare una ventata d’aria nuova in uno sport che, francamente, al di là del gesto sportivo trovo terribilmente noioso e banale. Abbiamo provato ad affrontare insieme l’argomento della violenza nel calcio: non, come sempre accade, iniziando dalla triste cronaca degli altrettanto tristi fatti di oggi, quanto storicizzando il problema e partendo proprio dalle sue radici.

"Calci sputi e colpi di testa": il libro-cult di Paolo Sollier

Negli anni ’70, proprio quando Paolo Sollier era un talentuoso giocatore, la violenza nel calcio esisteva, eccome. Solo che, dall’alto, la risposta fu: “minimizzare”. Ed il non affrontare il problema ha portato poi, con il tempo, ad aggravarlo. Le autorità preposte avrebbero dovuto cominciare da allora un piano di intervento nelle scuole e nelle società (dove il comportamento dev’essere prima educativo e poi sportivo), portando i giocatori a contatto con i giovani e i tifosi, e cercando di far capire loro che nel calcio dovrebbe prevalere un sano agonismo, e non lo spirito guerriero per cui “se perdi sei un coglione. E visto che molti tifosi hanno investito la loro personalità unicamente nel mondo del tifo, allora una sconfitta diventa un affronto personale da vendicare.

Si è poi intervenuti solamente a livello repressivo con recinzioni, tornelli e controtornelli, e questo non ha risolto nessun problema. Nessun esercito vince una battaglia solo militarmente, dev’esserci un intervento anche a livello politico e culturale, altrimenti si vince magari una battaglia ma mai la guerra. Bisogna coinvolgere i giovani, che sono protagonisti ma anche vittime di questo sistema. Se si escludono a priori da un processo decisionale e di responsabilizzazione, e che chiaro che non possono fare altro che creare altri casini. L’obiettivo è coinvolgere questi ragazzi attraverso le loro parole d’ordine: rispetto, generosità, onore. Tutto questo, senza alcuna connotazione politica. Solo allora si abbatteranno le vere recinzioni.

Un altro aspetto, radicalmente cambiato e distorto al giorno d’oggi, è tutto quello che ruota attorno al calcio: dirigenti, denaro che gira e mezzi di informazione. La stessa informazione attorno al calcio è tantissima, troppa, e di una qualità tremendamente bassa. Chiunque, ed a qualsiasi titolo, può parlare di calcio. Lo stesso sport che, al suo interno, è inflazionato di “praticoni”, gente spesso incapace e spesso disonesta. Grazie Paolo, finalmente una voce “diversa” intorno al calcio.

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Tutto quello che non sappiamo sul doping: il contributo di Alessandro Donati

I governi istituzionali non governano più da tempo, ma il mondo globale è governato da movimenti economici, molti dei quali illeciti. Per questo è fallita da tempo la lotta alla droga e di conseguenza anche al doping, che sono mercati pressoché paralleli“. Alessandro Donati non usa mezzi termini, e soprattutto affronta in profondità (come da sempre è abituato a fare) il problema del doping. Un problema che – si evince dalle sue parole – è ben più sociale che sportivo.

In mano alla criminalità organizzata, ad aziende farmaceutiche convenzionali (e corresponsabili) ed a piccoli laboratori clandestini. Le sue parole mi hanno colpito molto, non le avevo mai trovate sui “soliti” media e dunque cercherò di trasferire il meglio possibile il succo di quei concetti. Forse è bene mettere in chiaro alcuni concetti che molti non sanno (e che altri ci vogliono tacere): partendo innanzitutto dal presupposto che l’OMS non ha mai regolato la produzione di farmaci, per cui le case farmaceutiche (legali in questo caso) producono più del reale fabbisogno. I clienti principali del doping sono questi:

1) Sport agonistico (performance enhancing drugs)

2) Body Building (performance and image enhancing drugs)

3) Mondo dello spettacolo (image drugs)

4) Militari e forze di polizia (per migliorare la fisicità, le prestazioni e l’aggressività)

5) Falso uso terapeutico (indotto dalla grandi case farmaceutiche)

Particolarmente agghiacciante quest’ultimo punto, con le case farmaceutiche che si sono in pratica comportate per anni come una qualsiasi industria, al fine di vendere il suo prodotto. Al di là delle case farmaceutiche, si è allo stesso tempo creata una rete di piccoli laboratori farmaceutici, allocati soprattutto in Asia (vedi Cina), est Europa e Sud America. Laboratori semi-artigianali – per intenderci, come la ormai celebre Balco – ma in grado di produrre molecole che non si trovano all’antidoping. La forza iniziale della Balco era proprio quella di aver creato uno steroide sintetico (il THG) cambiando la struttura molecolare, e dunque rendendola invisibile ai normali controlli antidoping. Ecco, di laboratori come la Balco (che modificano cioè le strutture molecolari dei prodotti dopanti) ce ne sono ancora a centinaia nel mondo, per cui si evince che l’antidoping non funziona, è morto.

Se si aggiunge poi che il doping non ha frontiere e barriere per religione e sesso. Che i comitati olimpici e le federazioni internazionali (ormai troppo conniventi con il potere politico) sono soggetti privati, rispondendo alle legislazioni di diritto privato negli stati in cui risiedono (ad esempio Svizzera, Monaco, Liechtenstein), allora si capisce come non ci sia, da parte loro, alcun interesse prendersi a cuore della salute pubblica, e del conseguente problema sociale.

Questo è il poco (ma è tanto) che ho sentito oggi da Alessandro Donati. Sperando di aver capito e trascritto nel migliore dei modi, credo che valeva la pena metterlo a disposizione di tutti. Come diceva Renzo Arbore in un famoso spot: “meditate, gente, meditate…”.

GUARDA L’INTERVISTA VIDEO INTEGRALE

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La quinta Olimpiade di Alessandra Sensini

Ho avuto il piacere di poter intervistare la più grande campionessa che la mia terra, ovvero la Maremma, abbia mai partorito. Ma soprattutto un’amica sincera, ed un personaggio che non si ferma certo ai suoi allori olimpici ed ai suoi numerosi titoli. Alessandra Sensini è pronta per la sua quinta Olimpiade, e parte per Qingdao (dove si svolgeranno le prove di vela) proprio in questi giorni. Già di per sè la sua partecipazione la fa entrare la leggenda. Ma la leggenda non potrebbe fermarsi qui…

Emozionata fino ad una sincera commozione. Lei che, nella sua disciplina, ha vinto tutto quello che c’era da vincere ed anche di più (un oro e due bronzi olimpici, 11 campionati mondiali, 5 titoli europei e tanti altri allori internazionali). Ma la vigilia della quinta Olimpiade assume un significato del tutto particolare per Alessandra Sensini. Una nuova preparazione, tante incognite ed altrettante certezze, ma soprattutto la consapevolezza che la Maremma è con lei, e le sarà accanto per tutta l’avventura olimpica.

Tutto è ormai pronto per la partenza. Tu sei pronta?

Sono pronta, anche perché ormai devo esserlo per forza. Quello di Pechino è un appuntamento che ormai non si può più rinviare. Da parte mia c’è la consapevolezza di aver fatto un’ottima sessione di allenamenti. D’ora in poi ci saranno due settimane di tempo per concentrarmi unicamente alla gara, e mettere a punto il materiale che l’organizzazione ci fornirà. E poi…per scaramanzia non voglio dire nulla di più!

Barcellona 1992, Atlanta 1996, Sydney 2000, Atene 2004 e adesso Pechino 2008: cosa ti hanno lasciato le scorse Olimpiadi e cosa ti aspetti da quella che sta per arrivare?

Sarebbe troppo lungo stare a spiegare tutto il mix di emozioni e di sensazioni che porto con me. Ormai sono passati quasi 20 anni dalla mia prima Olimpiade. Ognuna ha avuto la sua storia particolare, e sicuramente mi hanno lasciato una grossa esperienza che senza dubbio aiuta. Allo stesso tempo, ogni Olimpiade ha avuto una serie di difficoltà proprie, diverse e spesso completamente nuove da affrontare. Anche quella che sto per vivere ne ha già avute diverse nella sua fase preparatoria: adesso spero solo di rimanere concentrata per dare il massimo e vivere intensamente questa nuova esperienza.

Ad una premiazione assieme ad Alessandra Sensini

Nell’ultimo quadriennio olimpico hai deciso di cambiare tutto, affidandoti ad un gruppo di tecnici estremamente qualificato con il quale hai svolto un corposo lavoro di preparazione atletica. Raccontaci com’è andata.

La scelta (ride..) è stata obbligata dalla mia età non più giovanissima, e per questo ho dovuto affrontare una preparazione diversa, diciamo più di qualità rispetto alle precedenti. Grazie al progetto ’Maremma Tuscany’ ho potuto svolgere i miei allenamenti a casa, grazie all’aiuto di uno staff di alto livello tutto maremmano, composto da Francesco Ambrogi, Sebastiano Zuppardo e Daniele Tarsi, e coordinato da Alfio Giomi. Questo gruppo di lavoro mi ha trasformato la metodologia di allenamento: una sfida importante ma anche divertente, dato che nella preparazione, ho potuto avvicinarmi a tanti altri sport (bici, corsa, pesi, nuoto) così diversi dal ’mio’ wind-surf.

Adesso la partenza per Qingdao, sede delle regate olimpiche. Ti sei preparata e documentata su questa zona un po’ ’periferica’ della Cina?

Sono già stata 2 volte a Qingdao: la prima nel 2007, per le regate preolimpiche, la seconda per una ricognizione a giugno di quest’anno. In quella zona ci sono condizioni molto particolari: poco vento ed una corrente molto forte, che rendono il tutto tecnicamente più difficile. Probabilmente ci saranno dei grossi tempi di attesa per aspettare il vento sufficiente a regalare. Sarà sicuramente un campo molto fisico, ma comunque sono piuttosto soddisfatta delle prove che ho fatto. Adesso spero solo di trovare la giusta tranquillità e concentrazione.

Temi di più le condizioni atmosferiche o le avversarie?

Tempo tutto, non sottovaluto nulla. Bisogna sempre cercare di essere al massimo in ogni frangente. Le avversarie sono tante e davvero ’toste’, e poi le condizioni meteo faranno la differenza.

Ultima domanda: cosa porterai in Cina della ’tua’ Maremma?

La mia Maremma mi seguirà in blocco perché ci saranno tanti miei conterranei a farmi il tifo direttamente sul posto. Questo, ovviamente, oltre a farmi molto piacere mi servirà da ulteriore stimolo. E poi, al mio rientro spero di portare io qualcosa in Maremma…!

L’intervista integrale è anche nell’area video del sito

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La bella storia di Cristiana Artuso

E’ una delle migliori mezzofondiste italiane del momento. Ha partecipato a numerosi eventi internazionali (come gli ultimi campionati Mondiali Militari di Cross di Thun, in Svizzera) ed è una delle punte di diamante del Gruppo Sportivo Esercito. E’ infine una delle migliori espressioni sportive della mia terra, la Maremma. Ma pochi conoscono la storia di Cristiana Artuso: una storia difficile, che ha attraversato il buio tunnel dell’anoressia. Un tunnel dal quale però anni fa, ha avuto la forza di rivedere la luce e di tornare ad essere più forte di prima, nell’atletica come nella vita.

Oggi Cristiana, 30 anni, sposata con Andrea, corre per professione e per diletto. Nel frattempo trova il modo di portare avanti tanti altri progetti: giornalista pubblicista, gestrice di una palestra per ragazzi diversamente abili e, ultimo ma solo in ordine di tempo, testimonial di Avon Running: il circuito di corse podistiche, che attraversa tutta l’Italia facendo tappa a Bari, Roma, Napoli e Milano, esclusivamente dedicato alle donne. Donne che, come Cristiana, hanno storie da raccontare, o che con la propria esperienza possano contribuire in qualche modo ad aiutare, incentivandolo, l’universo femminile. Ed in questo caso, Cristiana Artuso ha molto da raccontare, ed ha deciso di farlo anche tra noi.

Cristiana, raccontaci la tua storia…

Ero una giovane promessa dell’atletica leggera, ma intorno alla maggiore età la mia sensibilità mi ha portato verso il meccanismo inconscio, e diabolico, della non accettazione di me stessa, e di conseguenza, del mio corpo. Come purtroppo accade di solito, ho cominciato a rifiutare il cibo ed a perdere peso, perché mi detestavo: detestavo il mio corpo e tutto ciò che mi stava attorno.

Come ne sei uscita?

Non è stato facile, ma la fortuna è stata quella di avere intorno a me un’équipe medica (quella di Villa Garda, nei pressi di Verona ndr) di primo livello, che mi ha aiutato sin dal primo momento. E poi non ho mai smesso di crederci.

Prima della tua malattia era una grande promessa dell’atletica italiana. Dopo sei diventata una certezza. Te l’aspettavi?

Nel mio cuore c’è sempre stata la pista di atletica, non mi ha mai abbandonato anche nei momenti più difficili. E’ il mio grande amore, e non l’ho mai dimenticato. Casomai, è cambiato il modo di rapportarmi con lo sport: prima misuravo il valore di tutto in base ai risultati, adesso ho imparato a correre per divertimento, senza troppi patemi.

Cristiana Artuso in maglia azzurra (archivio Fidal)

…Ed i risultati, negli anni, sono arrivati lo stesso. Te l’aspettavi?

Sinceramente no, e nemmeno ci pensavo. Quando sono uscita dall’anoressia ero una persona diversa: provata, ma rinforzata nel carattere. Tornare a correre è stato automatico ma, come detto, con uno spirito diverso. E piano piano sono tornati anche i risultati.

Ricordi qualche momento particolare della tua esperienza?

Quando entrai in clinica ero provata, però cercai subito tutte le informazioni possibili per riprendermi, e cercare di uscire dall’anoressia prima possibile. Da lì mi sono detta che, qualora ne fossi uscita, avrei esternato la mia storia come faccio adesso, grazie ad Avon Running.

E’ difficile uscire dall’anoressia per quanto è facile entrare?

Entrarne è davvero facile. Basta avere una sensibilità particolare che anche il più piccolo disagio diventa un dramma, che poi si trasforma nella non-accettazione di se stessa e del proprio corpo. Uscirne, come detto, è difficile dal punto di vista psicologico, ma non certo impossibile: basta avere molta perseveranze e le persone giuste accanto.

Tu hai scritto un libro (“Ritorno al porto”) che parla in maniera specifica della tua esperienza, ed hai avuto uno stretto scambio epistolare con l’allora Ministro dello Sport e delle Politiche Giovanili, Giovanna Melandri, la quale ha apprezzato molto il tuo sforzo nel diffondere la prevenzione. Un grande impegno, insieme alle tue altre attività. Pensi di proseguire in futuro?

Il mio sogno, oltre ovviamente quello di continuare a correre il più a lungo possibile, è quello di portare avanti le mie tante attività. La palestra per i ragazzi diversamente abili è stato una grande conquista, che spero si possa ingrandire ancora di più. Parallelamente, mi piacerebbe restare nell’Esercito, anche come istruttrice, così come mi piace scrivere di atletica e di sport. Ma non dimentico certo l’impegno per cui sono all’Avon Running, sperando che l’anoressia possa diventare solo un incubo da scacciare per migliaia di ragazze.

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Fabio Pizzolato, grande atleta e grande amico

Il 6 luglio 1997 fu un giorno memorabile per il salto con l’asta, ed in generale per l’atletica italiana. Si svolgevano, all’Arena Civica di Milano, i Campionati Italiani Assoluti. Particolare attenzione la destò la pedana del salto con l’asta, dove due giovani atleti si stavano dando battaglia a suon di record. Il primo, ovvero chi scrive, si migliorò fino a 5,65, ma ciò gli bastò “solo” per arrivare secondo dietro al vero protagonista della giornata. Fabio Pizzolato trovò il suo giorno di grazia, e seppe ergersi fino a 5,75, nuovo record italiano. Un grande atleta, ma soprattutto un amico con il quale non è mai venuta meno una solida amicizia.

Nato a Varese il 16 marzo 1975, nonostante tanti infortuni in carriera Pizzolato ha saputo scrivere pagine importanti dell’atletica italiana. Cessata l’attività agonistica alla fine del 2004, si è poi laureato in Scienze Motorie all’Università di Verona, dove adesso frequenta il Dottorato di Ricerca. E’ anche preparatore atletico di una squadra di basket di serie C2 veneta.

6 luglio 1997: cosa ricordi di quel giorno?

E’ stato senza dubbio il momento più bello della mia vita sportiva, che mi ha ripagato di anni di fatiche e di sacrifici non solo miei, ma anche della mia famiglia.

Un record, il tuo, battuto poi da un atleta in odore di doping: che effetto ti fa?

Premesso che, come si suol dire, i record si fanno per essere battuti, pensare che possano essere superati in maniera non lecita mi genera molta amarezza. Il fatto che io non abbia mai usato sostanze proibite ha usurato prima le mie strutture, e dunque mi ha forse accorciato la carriera. Altri forse le hanno usate, ma la legge dello sport, per fortuna, spesso ti porta a restituire tutto con gli interessi.

Sei mai stato tentato di usare doping? Qualcuno, durante la tua carriera, te lo ha proposto?

Nessuno mi ha proposto nulla in maniera esplicita, diciamo che però mi avevano preparato il terreno per farlo. Per fortuna, quella proposta non è mai arrivata direttamente a me. Certo che quando vedi che, nel mondo, il sistema del doping funziona a quel modo, la tentazione viene. Poi, per fortuna, la ragione ha il sopravvento e tutto finisce lì. Ma la cosa più brutta è che gli atleti, spesso, non hanno la consapevolezza a cosa vanno incontro, perché sono generalmente ignoranti. E la scarsa ignoranza e l’anticamera della mancanza di onestà ed etica sportiva.

Dopo quel magico 1997, cos’è mancato per andare ancora avanti?

Dietro di me (e di te) è mancata una struttura tecnica in grado di poter far fare il salto di qualità a tutto il settore. Parlo di strutture per allenarsi, allenatori e fisioterapisti a tempo pieno. Diciamolo, è mancato il contatto con la federazione. Quando sono arrivati gli infortuni, poi, siamo stati abbandonati.

Il record italiano a 5,75 di Fabio Pizzolato, tratto da immagini Rai

Tu hai smesso alla fine del 2004, appunto dopo tanti infortuni. Adesso sei ancora vicino all’atletica? E com’è cambiata rispetto a 10 anni fa?

Noto che non ci si diverte più. Gli atleti, adesso, fanno atletica solo per mantenersi. Il sistema li ha fatti diventare degli impiegati frustrati. Lo sport è, per definizione, divertimento. L’atletica di oggi è triste, indipendentemente dai risultati.

Nel salto con l’asta in Italia il livello tecnico è sceso paurosamente negli ultimi anni. Da che cosa dipende?

Dipende innanzitutto da miopi scelte dirigenziali, che hanno fatto sì di abbandonare quei tecnici, i quali avevano investito anni di tempo e di conoscenze nel settore. Hanno fatto morire una cultura che si era sviluppata ma che forse, in un certo senso, dava fastidio. Forse perché avanzava pretese non allineate con i parametri “governativi”.

Come vedi il futuro dell’atletica?

Se non cambiano le cose, abbastanza triste. Per fortuna, ci sono un sacco di specialità, quindi si trova sempre qualcuno che va forte e salva in qualche modo la baracca. Ma non c’è continuità nei vari settori, l’unico è forse la maratona, ma perché ha alla base un movimento fortissimo. Nelle specialità più tecniche, manca la volontà per attrezzare impianti e mettere in condizione gli allenatori di seguire al meglio i propri atleti. Non è possibile che una nazionale come la nostra debba sempre trovare fenomeni per caso. Per fare 5,50 di asta o 8 metri di salto in lungo non è che ci voglia chissà cosa, eppure…

Per fortuna, tu sei però ancora dentro lo sport. Dopo la Laurea in Scienze Motorie, adesso porti avanti il dottorato di ricerca, ed inoltre fai il preparatore atletico nel basket. Come ti trovi?

Il dottorato di ricerca all’Università di Verona mi permette di fare quello a cui ho sempre aspirato: cercare cose nuove, sperimentare, capire e trovare nuove soluzioni per migliorare le prestazioni. Mi permette di rivivere le sensazioni di quando ero atleta, ma in senso inverso: ora sono io che devo far migliorare gli altri.

Ultima domanda: ti rivedremo presto su un campo di atletica?

Mi piacerebbe poter dare una mano al settore del salto con l’asta, ma adesso è come lottare contro i mulini a vento. Non è giusto che un ragazzo debba fare risultato per caso, o al massimo fare la fatica che ho fatto io per emergere. Lo sport dev’essere come la vita di tutti i giorni: imparare a migliorarsi, e trovare sempre nuove soluzioni per farlo.

Francesco Ambrogi, Andrea Giannini, Fabio Pizzolato e Vitaly Petrov in raduno prima dei Mondiali '97

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