“Il volo di Volodja”, la storia di Vladimir Jascenko, un campione fragile

Mi sento schiacciare dall’apatia, tutto mi dà la nausea…vorrei trovare la voglia di vivere dentro me stesso, vorrei che questa energia mi si sprigionasse senza il bisogno di andare a cercarla”.

Così scriveva nel suo diario uno dei più grandi campioni di sempre dell’atletica moderna, Vladimir Jascenko. Un saltatore in alto che, a soli 19 anni, seppe volare più in alto di tutti. Ma anche un ragazzo sensibile, dal carattere volubile, che voleva “appropriarsi della sua gioventù” e vivere la vita a dispetto dell’autunno perenne della stagione sovietica brezneviana. Questo, e molto altro, è raccontato nel bellissimo libro “Il volo di Volodja – Vladimir Jascenko, un campione fragile” scritto a quattro mani da Giuseppe Ottomano e Igor’ Timoshin per Miraggi edizioni e acquistabile su internet o in libreria.

Vladimir Jaschenko è stato innanzitutto un campione cristallino della nostra atletica, capace di saltare 2,35 quando aveva solo 19 anni, il 12 marzo 1978 al vecchio Palasport di Milano. Si narra che, in quello che fu il tempio dell’atletica e che poi sepolto anch’esso dalla neve e dall’oblio – quella sera c’erano 10000 persone tutte per lui. E Volodja, guascone che amava gareggiare per il pubblico, li ripagò con qualcosa di storico. Ultimo vero, magnifico interprete dello stile ventrale che incarnava perfettamente la lotta impari dell’uomo contro la forza di gravità, e quando ormai tutti gli altri specialisti erano passati al più redditizio Fosbury Flop, la sua carriera è stata un fuoco lucente e caloroso che, purtroppo, si è spento troppo presto. Tra infortuni mal curati ed errori nascosti sotto la cenere dell’ottusità e del conformismo di una nomenklatura che poi sarà fatta a pezzi dalla nuova stagione della perestroijka di Gorbaciov.

Libro JaschenkoNato in una cittadina di provincia dell’Ucraina sud-orientale, Zaporizzja, nota più che altro per ospitare la più grande centrale nucleare d’Europa, sin da bambino ha mostrato grandi qualità fisiche e voglia di libertà, e ben presto fu notato da Vasilj Telegin, che seppe imbrigliare il suo carattere volubile e ribelle, ed incanalare questa grande energia verso un gesto tecnico da sogno. Telegin, che all’epoca era un tecnico acerbo e senza un grande passato da atleta, fu bravo a crescere con lui, impostandogli duri programmi di allenamento e impartenodogli consigli semplici e paterni, tollerandone talvolta le scappatelle e le sparizioni. E i risultati non tardarono ad arrivare: nel 1976 – a soli 17 anni, Jaschenko con 2,22 superò il mitico record mondiale juniores del connazionale Valerij Brumel. L’estate successiva a Richmond, nei Giochi dell’Amicizia USA-URSS, salì a 2,33, strappando il record mondiale a Dwight Stones. L’apice della sua carriera fu quel 12 marzo 1978 quando arrivò a 2,35 in sala a Milano. Nell’estate successiva vinse con facilità i Campionati Europei di Praga, quando cominciarono a palesarsi i primi problemi a un ginocchio. Nel 1979, nonostante i malanni fisici, fu costretto forzatamente a continuare a gareggiare perché rappresentava il “fiore all’occhiello dello sport sovietico”, e questo fu l’inizio della sua fine. La rottura del legamento crociato del ginocchio di stacco, ed una serie di operazioni maldestramente eseguite, ne minarono irrimediabilmente la carriera. La difficile riabilitazione, l’incertezza del futuro, il pessimo rapporto con una nomenklatura ottusa e opportunista amplificarono in Volodja le sue peculiarità e anche le sue deviazioni caratteriali. La sua inquietudine esistenziale crebbe e lo portò ad un comportamento accidioso ed asociale, che lo si trasformò ben presto in ossesioni e misantropia, ad una vita da eremita in cui la sua unica compagna era la bottiglia della vodka. La sua anima si spense lentamente e il suo corpo, corroso dall’alcool e dal male di vivere, se ne andò un giorno di novembre del 1999, “sconfitto dalla prova dell’esistenza”.

…Poi chiuse gli occhi e, quando li riaprì, gli si parò davanti uno scenario inaspettato. Il campo sportivo della Avangard si era trasformato in uno stadio vero, enorme e stipato di gente che sventolava grandi bandiere rosse e bandierine di carta con i cerchi olimpici […] Era abbigliato con la divisa rossa della nazionale sovietica. Saltava, con i lunghi capelli che ondeggiavano al vento. Saltava, sciogliendo i muscoli in attesa di una prova memorabile […] Si concentrò chiudendo gli occhi. E quando li riaprì, sentì due lacrime fredde che gli scendevano per le guance.

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