Io corro (sempre più fuori forma, ma con l’asta) per la Fondazione De Marchi!

Io corro (sempre più fuori forma, ma con l’asta) per la Fondazione De Marchi!

Un anno più vecchio, qualche etto più pesante, ovviamente sempre più fuori forma. Ma non potevo mancare, anche quest’anno, di farmi una corsetta con la mia asta per la ricerca, e per i bambini”. Queste le parole che sono riuscito a sibilare al microfono dello speaker al termine dei 10,5 km della mia frazione di staffetta alla Milano Marathon. Con l’asta, ovviamente, e con attaccata come sempre la bandiera della Fondazione De Marchi, che si occupa della lotta contro le emopatie ed i tumori dell’infanzia.

Scarsa forma, sì. Impegni e pigrizia mi hanno fatto correre poco, ultimamente. Correre piano quello sì, come sempre. Ma certo non potevo dire di no che ad un’attività che faccio con grande piacere ormai da 5 anni.

Distanza di quest’anno: 10,5 km. Ad accompagnarmi stavolta c’è Giuseppe, medico sociale del Torino Calcio, grande animatore della “De Marchi” e soprattutto appassionato di tutto ciò che è resistenza: corsa, bici, nuoto. Lui si è già fatto 10 km e mi confessa che il giorno prima, in piscina, ha fatto più di 100 vasche, e che a quel punto si sente un po’ affaticato….I suoi piedi, in effetti, sono un po’ pesanti e scandiscono con rumore i suoi passi di corsa. Questo, buon per lui, mi dà grande sollievo, perché significa che non si correrà troppo forte…

Ritmo concordato: 6’00”/km. Ce la posso fare. Anzi, ce la faccio. Trovo il tempo di guardarmi intorno sul percorso e di sorridere e salutare le tante persone che ci incitano da fuori, in una giornata calda, e soprattutto in una Milano che finalmente ha accolto con favore e calore il passaggio della sua maratona.

Passano i chilometri, lenti. Faccio fatica, bevo molto, mi mangio un paio di scorze d’arancia (con la buccia: non si butta via nulla…) ma gli amici della Fondazione De Marchi che ci raggiungono sul percorso, corrono con noi e ci incitano. Tutti gli altri ci aspetteranno pochi metri prima del traguardo, per a consueta e festosa parata finale.

I chilometri passano, sempre più lunghi e faticosi. Giuseppe beve, si spruzza l’acqua in testa e, come extrema ratio, si mette una spugna sul retro del collo per tenersi fresco. Un paio di salitelle ci tagliano le gambe, in più devo tare attento ai cavi del tram, “presentando” l’asta diverse volte.

Ma ormai c’è l’arrivo: in mezzo a tante parate delle staffette che hanno fatto del bene, raccogliendo soldi per buone cause o semplicemente facendo casino per farle conoscere, ci siamo anche noi della Fondazione De Marchi. Come ogni anno. Sempre più fuori forma. Con l’asta.

De Marchi 20162
All’arrivo. Da sinistra a destra: runner ciabattato, runner con asta, runner con spugna nel collo, runner con bambino in groppa.

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Corro sempre (con l’asta e con Giacobbe Fragomeni) per la Fondazione De Marchi!

“Ma chi è quel pirla che va in giro per strada con un’asta?”. Domenica scorsa non ho sentito questa frase ma gli sguardi di molti passanti, tra il divertito e il compassionevole, parlavano chiaro. In una meravigliosa Milano primaverile senza le auto e la nevrastenia giornaliera lavorativa che non le rende certo giustizia. Una bella passeggiata con la mia immancabile asta, e la bandiera dei bambini della Clinica Pediatrica De Marchi, per raggiungere il punto di partenza della quarta frazione della Charity Relay alla Milano Marathon.

E poi via, 10 km abbondanti con asta per le vie di Milano, per raggiungere anche quest’anno il traguardo di solidarietà, ideale e reale, per raccogliere fondi in favore di questo ospedale che si occupa di bambini. Per il quarto anno consecutivo con l’asta, e guarda caso in un percorso semore più lungo.

Quest’anno è tornato a portarmi il testimone Giacobbe Fragomeni. Pugile, campione mondiale ma soprattutto bella persona dall’animo buono. Sono felice di vederlo e sono ancor più entusiasta quando decide di accompagnarmi fino al traguardo, facendo quindi ben due frazioni di staffetta. Partiamo, come sempre con molta calma. Le nostre chiacchiere non fanno sentire il caldo e la fatica. E poi è un piacere sentir parlare Giacobbe: del suo ultimo titolo perso, della consapevolezza che la sua carriera è quasi alla fine ma che lui ha un futuro ben chiaro e delineato: quello di fare il maestro di boxe, e soprattutti di aiutare chi ne ha bisogno. Lui che viene dalla periferia di Milano e della vita, e che ha trovato nella noble art un libro su cui scrivere una storia meravigliosa di sport e di vita. Un libro ancora aperto, che racconta oggi degli incontri con i carcerati per insegnare boxe, e della speranza di aprire un centro tutto suo, su cui calamitare gli interessi di tanti giovani, abbandonati a se stessi e dimenticati dalla nostra società, ma con tanta voglia di esprimersi attraverso lo sport sano e l’aggregazione.

Sì, sono rapito dalle parole di Giacobbe Fragomeni, tant’è che l’asta non mi pesa e non ho neppure bisogno di troppi rifornimenti. Milano è una città bella ed accogliente in queste ed in tante altre circostanze, e vedere un sacco di persone che ci incitano ai bordi della strada (nonostante continuino a guardare con curiosità questa asta che si muove…) ci gratifica e ci rende orgogliosi. Il nostro, ricordiamolo, non è certo un obiettivo sportivo, ma sappiamo che attraverso un piccolo gesto di sport si può fare molto altro!

Manca poco all’arrivo ormai. Si comincia a guardare il tabellone dei chilometri. In fondo, la fatica si fa un po’ sentire. Giacobbe ha corso 20 km, io là metà ma con oltre 6 kg di lunga zavorra…quando vediamo gli amici della Fondazione De Marchi unirsi a noi, capiamo che manca davvero poco all’arrivo. Ancora qualche passo, e ce l’abbiamo fatta. Sono felice, e mi verrebbe quasi voglia di saltare con l’asta. Poi, per fortuna, torno alla realtà e brindo con una bella birra a questa nuova impresa. W la Milano Marathon, W la Fondazione De Marchi!

FOTO DI GIANCARLO COLOMBO, ROBERTO MANDELLI (Podisti.net) e LAURA MARRA

Giacobbe Fragomeni e Andrea GianniniMilano2Milano3Milano4Milano5

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Correre fa sempre bene…anche con l’asta!

Ketoprofene, o Diclofenac sodico”. L’amico medico, da me disperatamente interpellato il giorno prima, sentenzia così e mi passa un paio di pasticche. Da quando ho smesso di fare salto con l’asta da atleta professionista avevo deciso di dire basta con gli antinfiammatori, ma per l’occasione uno strappo alla regola si fa: c’è da correre, per il quarto anno consecutivo, per la Fondazione De Marchi alla Charity Relay della Milano Marathon. 9 km e passa. Con l’asta, come sempre, sulle quali monterò come ogni anno la bandiera fatta dai bambini della Fondazione.

Facciamo un salto indietro. 10 giorni fa. Convocato alla partita alunni vs. professori alla Scuola Media Bramante di Vigevano, dove sto precariamente insegnando educazione fisica. Mi sento in forma, e il mio istinto rapace da bomber di area di rigore mi supporta ancora. Peccato che il dribbling non c’è e non c’è mai stato, e in un goffo tentativo di scartare un avversario scivolo sopra la palla e, con un volo fantozziano, batto una colossale sederata a terra. La partita prosegue, faccio goal, vinciamo e firmo autografi, ma il mio osso sacro ancora ne risente. Ma per la Fondazione De Marchi, tra 10 giorni, ci devo essere.

Dopo aver rotto il mio fioretto con gli antinfiammatori, domenica 5 aprile 2014 mi presento per fare i 9 km finali della Milano Marathon insieme agli amici e ai volontari che fanno tanto, davvero tanto, per questo ospedale pediatrico. A correre con me, quest’anno, ci sarà un altro personaggio d’eccezione: Gigi Sammarchi, quello della mitica coppia comica Gigi & Andrea che tanto si è fatta apprezzare negli anni ’80 e ’90. Gigi, adesso, è un bel signore brizzolato (somiglia molto al politico Antonio Razzi, ma non diciamoglielo…!) che si gode la vita, facendo jogging al Parco Sempione e adoperandosi per fare del bene. Restiamo, assieme, in attesa dei nostri rispettivi staffettisti, e troviamo il tempo di fare due chiacchiere e goderci la bella giornata di sole milanese. Passano minuti, e finalmente il suo cambio arriva. Non il mio. Eppure, lo staffettista che doveva consegnarmi l’ideale testimone era un esperto runner, e sarebbe dovuto arrivare molto presto. Mi preoccupo un po’, aspetto dell’altro, poi Gigi ed io decidiamo di partire assieme (io senza il mio cambio, chissenefrega). Dovremo correre per 9 km circa, poi tutti gli amici della De Marchi si uniranno a noi, come sempre, per tagliare tutti assieme il traguardo.

Partiamo, facile, tra una chiacchiera e l’altra, a un perfetto 6’00”/km di ritmo. La giornata è calda e soleggiata, i ristori ci sono ancora così come i milanesi incazzati in auto che, come ogni anno, ci riempiono di improperi, dando come sempre prova di altissima cultura sportiva. Andiamo avanti e troviamo anche il tempo di recuperare un bel po’ di posizioni: superiamo qualche maratoneta disperso partito 5 ore prima, e anche qualche staffettista più lento di noi (e ce ne vuole!). Ma non abbiamo fretta: vogliamo goderci la giornata e la nostra sgambata solidale. L’asta, con attaccata in bella mostra la bandiera firmata dai bambini della De Marchi, non pesa poi così tanto. Ad un paio di chilometri dalla fine sento una voce amica che mi incita: “Vai Andrea!”. E’ quella di Stefano Baldini, il grande maratoneta adesso Ct della Nazionale giovanile di atletica. Non se essere felice e lusingato del suo incitamento, o distrutto dal fatto che lui sia lì dopo essere arrivato da tempo con la sua staffetta, rifocillato, fatto la doccia e già pronto con la valigia per ripartire… La prendo bene, tanto ormai manca poco. A 500 metri dall’arrivo ci aspettano tutti gli amici della Fondazione De Marchi che taglieranno il traguardo insieme a noi. Quest’anno siamo davvero tanti, e le nostre maglie rosse danno un bel colpo d’occhio in una bella giornata di sole. Arrivano gli applausi, il taglio del traguardo (con l’asta) e poi le interviste di rito. Missione compiuta, anche quest’anno. Arrivederci al 2015!

PS: l’antinfiammatorio alla fine ha funzionato 🙂

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Selfie con Gigi Sammarchi prima della partenza della staffetta alla Milano Marathon 2014
Selfie con Gigi Sammarchi prima della partenza della staffetta alla Milano Marathon 2014

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Io corro (con l’asta) per la Fondazione De Marchi!

Ci risiamo. E non poteva essere altrimenti, visto che l’anno scorso era andata alla grande. Gli amici della Fondazione De Marchi mi hanno ancora una volta scelto per fare da testimonial in occasione delle staffette Charity per la Milano City Marathon. Non si poteva dire di no ad amici come Lorenza e Francesco, e soprattutto ai meravigliosi bambini in cura all’ospedale De Marchi di Milano. Ma quest’anno, in preda ad un raptus di megalomania, oltre ad accettare calorosamente ho deciso di rilanciare in grande stile: “Farò l’ultima frazione della staffetta (8km) con l’asta da gara che terrà la bandiera firmata dai bambini del De Marchi”. A 35 anni suonati, dunque, non ho ancora smarrito (per fortuna) l’incoscienza, ma tanta era la voglia di dare un segnale forte per aiutare la Fondazione e soprattutto questi bambini: e conoscendo un po’ i meccanismi dei media, sapevo che avrei creato anche un buon battage, vista anche la contemporanea partecipazione per lo stesso gruppo di Giacobbe Fragomeni, un grande della nostra boxe e compagno di raduni in quel di Formia alla fine degli anni ’90.

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Io corro (piano) per la Fondazione De Marchi

Smaltita la fatica per l’organizzazione di una bellissima Scarpa d’Oro Half Marathon, e di un successivo viaggio di lavoro in Corea del Sud, restava (e resta) da smaltire un’ultima cosa: la pancetta. Quale modo migliore, allora, che non farsi una bella corsetta? Magari di 10 km, che poi diventano 13 e poi ancora 14 strada facendo? E perché, a questa bella corsetta, non abbinare anche una buona azione? Beh, grazie alla Fondazione De Marchi e alla Milano City Marathon, tutto questo è diventato possibile.

Questa bella storia nasce nel dicembre scorso, prima di Natale, quando ad una cena dei mitici “Podisti da Marte” (e anche su di loro ci sarebbe da scrivere un intero capitolo su tutte le cose belle che fanno), Manuela ed io ci troviamo accanto un tipo elegante e distinto…”il solito milanese” ho subito pensato io con la mia linguaccia toscana. E invece, sotto la giacca e la cravatta d’ordinanza, viene fuori una spontanea simpatia e soprattutto una gran voglia di fare qualcosa di bello. E poi non è di Milano, ma di Monza. Francesco, da quel giorno, è diventato un nostro grande amico così come Lorenza, la sua bella moglie sempre sorridente. La loro “missione” si chiama Fondazione De Marchi, una Onlus che si occupa della lotta contro i tumori e le emopatie infantili, garantendo assistenza ai bambini ed alle loro famiglie, finanziando la ricerca e l’acquisto di macchinari ed apparecchiature sempre più sofisticate.

Lorenza e Francesco mi hanno chiesto di essere il testimonial della Fondazione. Ho detto sì senza pensarci, anche se sono consapevole di non essere un personaggio di fama mondiale che richiama attenzione, e finanziamenti. Però, in assenza di meglio, ho accentato con grande entusiasmo, e con la consapevolezza di poter contribuire, anche in minima parte, a fare qualcosa di buono.

E allora, si comincia! Primo appuntamento, 10 aprile 2011, con la Staffetta Charity della Milano City Marathon. L’avevo fatta anche lo scorso anno, quando c’erano tre frazioni da 10 km e l’ultima da 12,195, e mi ero divertito a fare la prima nel mio tempo-record di 49’. Anche quest’anno mi è toccata la prima, ma purtroppo la distanza era salita a 13,5 km…e inoltre sono molto meno allenato dell’anno prima…ma vabbè che importa in qualche modo si fa lo stesso!

Prima della partenza della Charity Relay della Milano City Marathon 2011

Mi presento alla partenza con il mio solito kit da anti-atleta: calzoncino da basket, calzino invernale griffato Scarpa d’Oro Half Marathon, scarpe vecchie ed allacciate male e cronometro, con cui prendo di solito i tempi ai miei atleti, rigorosamente in mano. Mi salva in parte la maglia tecnica della Fondazione. Dopo aver salutato gli amici della Fondazione De Marchi – Francesco correrà la maratona – mi avvio verso la partenza. Anzi, mi godo la partenza dei maratoneti, che scattano 10 minuti prima di noi: è sempre un bello spettacolo! Finalmente, poi, tocca agli oltre 1200 primi frazionisti delle Charity Relays. Tra questi scorgo Vittorio Nava, vicedirettore di Runner’s World Italia ma non per questo corridore da alte performances…per cui ci accordiamo subito di fare assieme i nostri 13,5 km, ovviamente ad andatura turistica.

Pronti via e la folla colorata degli staffettisti si mette in moto. Vittorio ed io siamo nel “cul de sac” del gruppo assieme al mitico Alessandro Troncon, grande ex mediano di mischia e adesso assistente allenatore della Nazionale Italiana di Rugby, impegnato quest’oggi a sudare per Laureus. Diventerà ben presto il nostro “prezioso” punto di riferimento. Nel frattempo, il ritmo è decisamente vacanziero – 6’00”/km o poco meno – e noi approfittiamo per chiacchierare di tutto, salutare un po’ di amici lungo il percorso, e goderci il sole di una giornata decisamente estiva. Passano i km e noi, da vecchi volponi delle tapasciate, cominciamo a superare tanti concorrenti che erano partiti un po’ troppo baldanzosi. Mi sento bene, e con i residui di trance agonistica che mi sono rimasti a distanza di anni, decido di accelerare un po’ l’andatura. Vittorio mi segue per un po’, e poi si sfila, con eleganza. Lo aspetterò al cambio della frazione. La mia progressione è efficace ed imperiosa. La mia corsa, decisamente poco economica, con le ginocchia alte rimasugli dei tanti esercizi tecnici da saltatore. Al 12° km supero Francesco, partito prima con i maratoneti, e ne constato le buone condizioni: ce la farà a finire la maratona! Io arrivo veloce ai 13 km, all’inizio di via Caprilli, zona San Siro. “Manca poco” penso, ed accelero ancora. Ed ecco qui il trappolone, il supercazzolone creato ad arte: la frazione non è di 13,5 km, ma di 14,2! Gli ultimi 700 metri, gentile omaggio dell’MCM, me li faccio con il pessimo sapore di acido lattico nelle gambe e nella bocca, e con lo sguardo annebbiato cerco il mio secondo frazionista. Lo trovo, e mi dice “cavolo, ormai non ti aspettavo più!”. Non ho la forza di mandarlo a quel paese (scherzo, naturalmente) e guardo il mio tempo: 1h16’. Non male per un ex-saltatore con l’asta. E soprattutto, non male per la Fondazione De Marchi. Io sono felice, speriamo tanti altri come me.

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Storie di Sport: Dorando Pietri, la folle corsa del garzone emiliano

Pubblico con grande piacere un articolo scritto da Marco Della Croce e Danilo Francescano: due nuovi amici che, nel loro bellissimo sito www.storiedisport.it, raccontano con dovizia le storie dei grandi campioni della nostra storia. Per non dimenticarci mai, anche nello sport, chi siamo e da dove veniamo. Bellissima la storia di Dorando Pietri, della quale nel loro sito è presente una stupenda versione ascoltabile in podcast.

“Io non sono il vincitore della maratona. Invece, come dicono gli inglesi, io sono colui che ha vinto ed ha perso la vittoria”. Così scrive Dorando Pietri, classe 1885, da Carpi, sul Corriere della Sera. L’incredibile vicenda dell’atleta emiliano rappresenta uno degli episodi più conosciuti della storia dei moderni giochi olimpici.

È il 24 luglio 1908 e, davanti al Castello di Windsor, sta per prendere il via la maratona delle Olimpiadi di Londra. Alla partenza, davanti alla principessa del Galles, ci sono 55 atleti, tra cui due italiani ignoti ai più: Umberto Blasi (che non terminerà nemmeno la corsa, ritirandosi dopo pochi chilometri) e, appunto, Dorando Pietri, garzone emiliano che, nei mesi precedenti, si è preparato all’evento con allenamenti continui.

Alle 14.33 la partenza. Un terzetto di inglesi si porta subito al comando della corsa, imponendo un’andatura elevata ma, poco dopo, è il pellerossa canadese Tom Longboat a prendere velocemente il largo. Dorando resta nelle retrovie, vincendo a fatica la tentazione di corrergli dietro. La sua tattica, dettata dal ricordo di precedenti spiacevoli esperienze, è quella di tentare il tutto per tutto nella seconda parte del percorso. Verso metà gara, il maratoneta italiano si scuote infatti dal suo apparente torpore e inizia la sua progressione, rimontando posizioni su posizioni. Al 32simo km è già secondo, a quattro minuti dal nuovo leader della corsa, il sudafricano Charles Hefferon. Longboat, stremato, ha infatti preferito ritirarsi e scolarsi, dimentico della gara, una bottiglia di champagne. Pietri aumenta ancora il ritmo e al 39simo km raggiunge il battistrada, sorpassandolo. Manca ormai poco più di un chilometro all’arrivo, sotto le tribune dello stadio di White City, ma Pietri deve fare i conti con l’enorme dispendio di energie profuso durante la rimonta, la disidratazione dovuta al gran caldo e, forse, qualche intruglio chimico allora molto diffuso tra gli atleti. La stanchezza gli fa perdere lucidità: invece di rallentare, dato il vantaggio ormai incolmabile che sa di avere, si fa prendere da una specie di delirio di onnipotenza. All’entrata dello stadio, poi, Il black-out totale.

Sono le 17,18, due ore e 45 minuti dopo il via: Dorando imbocca la porta del White City ed entra in pista, sbagliando però la direzione della corsa. I giudici riescono a farlo tornare indietro. Il traguardo è un miraggio infinitamente remoto. Sugli spalti, le 75.000 persone convenute cominciano ad intuire il dramma. Dorando cade una prima volta, ma si rialza per pura forza di volontà e forse già con l’aiuto di qualcuno. Poi ricade ancora per altre quattro volte, ma ancora, testardo e orgoglioso, si rialza. Alla sesta caduta, però, Pietri non riesce più a rimettersi in piedi. E qui accade qualcosa di straordinario: un giudice, baffuto ed elegante, con in testa una paglietta e in mano un megafono, rialza Dorando, ormai semisvenuto, lo sorregge e lo accompagna, anzi, lo trascina di peso oltre il filo di lana.

Dorando taglia finalmente il traguardo: la vittoria è sua. Sono le 17,28 e la sua corsa è durata 2 ore 54´ e 46″, anche se per percorrere i 325 metri che lo separano dall’arrivo impiega quasi 10 minuti. Mentre il pubblico, liberato di colpo da un peso invisibile, esplode in un’ovazione senza fine, l’americano John Hayes supera anch’egli il traguardo, 32 secondi dopo Pietri, seguito da Hefferon e da altri venticinque atleti. La squadra americana presenta però un immediato reclamo per l’aiuto ricevuto da Pietri, reclamo che viene prontamente accolto. L’italiano è così squalificato e cancellato dall’ordine di arrivo della maratona e la medaglia d’oro, tanto sospirata, sfuma irrimediabilmente.

Il dramma di Dorando Pietri ha però commosso gli spettatori dello stadio. Quasi a compensarlo della mancata medaglia olimpica, la Regina Alessandra lo premia con una personalissima coppa d’argento dorato. Per Pietri è l’inizio della celebrità: il racconto della sua impresa eroica, ma sfortunata, fa immediatamente il giro del mondo e l’atleta emiliano diventa improvvisamente famoso. Sull’onda della sua fama, gli vengono dedicati libri, articoli, canzoni, copertine e inviti a pagamento per correre delle seguitissime rivincite contro Hayes che Dorando si aggiudicherà sistematicamente. Paradossalmente, la mancata vittoria olimpica diventa la chiave del suo successo, consegnando per sempre il giovane Pietri alla storia dello sport.

Il link della pubblicazione originale

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La più importante maratona di Maura Viceconte

Di Manuela Merlo

“Dopo ogni seduta di radioterapia sento il corpo invaso da tossine, una sensazione molto strana, mai provata prima. La corsa mi aiuta a liberarmi e rigenerarmi anche se a volte mi sento molto stanca. Di certo non voglio mollare”.

Maura Viceconte, una delle più forti maratonete italiane della storia, medaglia di bronzo agli Europei di Budapest del 1998 e ancora oggi detentrice del record italiano sulla distanza (2h23’47” nel 2000), da giugno dello scorso anno sta affrontando una maratona nella vita: quella contro il tumore al seno.

“All’alba dei 40 anni mi sono sottoposta alla mia prima mammografia e da lì ho scoperto di essere ammalata. Pochi mesi prima avevo perso mio padre sempre per lo stesso male, e così ho iniziato a conoscere un lato della vita pieno di sofferenza, dolore e angoscia. La paura e lo sconforto hanno però lasciato ben presto il posto alla grinta e alla determinazione che ho sempre avuto in gara, e che ho imparato proprio dallo sport. Mi sono sottoposta subito all’intervento chirurgico e il brutto male sembra essere stato debellato. Ora non mi resta che continuare il ciclo di radioterapie ma il peggio è passato”.

Ho avuto la possibilità conoscere Maura ospitandola a casa mia in occasione della presentazione dell’Avon Running Tour – la corsa delle donne che raccoglie fondi per la lotta al tumore al seno e di cui Maura è testimonial. Sentirla parlare della sua malattia con così tanta naturalezza e positività mi ha impressionata. Meraviglioso è stato ascoltare la sua immensa voglia di usare se stessa, la sua esperienza e la sua notorietà per aiutare altre donne ammalate. Nella sua Torino Maura infatti coltiva il sogno di organizzare una corsa/camminata non competitiva esclusivamente per donne ammalate. Il suo obiettivo è quello di trasmettere loro l’energia che il movimento all’aria aperta può infondere in ognuno di noi. Correndo o camminando non puoi certo pensare di sconfiggere il tumore, ma almeno ti può aiutare a ritrovare il sorriso e un po’ di speranza.

A fine marzo Maura verrà a correre a Vigevano alla mezza maratona che organizzo e la cosa mi entusiasma moltissimo. Dice di essere pronta per correre un 21 km a 4’40”, ma io sarei solo felice di vederla ai nastri di partenza.

Standole accanto ho avuto la possibilità di conoscere una donna che oltre ad essere stata un grande personaggio nello sport agonistico, è senza dubbio e prima di tutto un vero campione nella vita.

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