Heysel – la verità di una strage annunciata

Marco Lingua: l’uomo che vinse due volte (o forse tre)

Siamo ormai in ballo con la XXXI Olimpiade Moderna, quella di Rio de Janeiro, ma questo non è il momento né il luogo per parlare di gare e risultati. Si parla sì di atletica, ma anche e soprattutto di allenamenti, di sogni, di idee, di programmi e di…Marco Lingua. Sì, proprio lui, quel personaggio eccentrico, simpatico e istrione nel tempo libero quanto serio, quadrato e dedito nella sua carriera di lanciatore di martello, con il quale ho avuto il privilegio di condividere anni di atletica in Fiamme Gialle e in Nazionale. Nonostante scelte tecniche coraggiose e controcorrente. Ora che si è guadagnato la sua seconda convocazione olimpica (dopo quella di Pechino 2008) ho avuto il piacere di leggere il libro (L’uomo che vinse due volte) scritto da lui e da Gian Mario Castaldi (allenatore e mio compagno di corso di tecnico di IV livello FIDAL/CONI) che ripercorre la stagione che portò Marco a qualificarsi per la sua prima campagna olimpica.

La storia. Era l’inverno 2007 quando Marco e Gian Mario decisero di comune accordo di seguire un percorso comune: il primo da atleta, il secondo da “consulente tecnico” (Lingua non avrà mai allenatori…se non se stesso!). Certo è che l’intervento di Gian Mario fu davvero incisivo all’interno della programmazione dell’eccentrico Marco, che in carriera aveva sì già fatto vedere ottime misure (77,66 fino a quel momento), ma aveva sempre avuto scarsa incisività negli appuntamenti internazionali. La collaborazione e gli accorgimenti del suo “consulente tecnico” gli cambiarono la vita: personale portato a 79,97, tante gare internazionali vinte e soprattutto…road to Beijing! Dove purtroppo, però, le cose non andarono per il verso giusto (tre nulli in qualificazione, ma questa è un’altra storia). L’idea di scriverci un libro (“Il primo sul lancio del martello” scrive Marco nella sua prefazione) si rivela però vincente.

La programmazione e la tecnica. Lungi da me (ma neppure da parte degli autori) addentrarci troppo in tecnicismi: non ci piace! Ma questa non vuol dire certo superficialità o scarsa conoscenza: tutt’altro. Nel libro si parla di programmazione (celebre lo sviluppo della forza di Marco, poi affinato da Gian Mario, con le alzate “singole”, ovvero decine ripetizioni di stacco o squat con carico submassimale ogni 30″, quindi non serie e ripetizioni come nei metodi “classici”), ma anche di alimentazione, psicologia e, soprattutto, consapevolezza e comunicazione. Il tutto, motivato da proprie convinzioni forti e spesso surrogato da fonti bibliografiche autorevoli. Delle quali non si può e non si deve essere per forza d’accordo (tipo sulla rinuncia alla multilateralità, che mi trova in totale rotta di collisione con Gian Mario), ma che dev’essere uno spunto e soprattutto un motivo di confronto e di crescita per molti tecnici, in un mondo (quello dell’atletica) dove spesso si rimane rinchiusi nelle proprie convinzioni e ci si parla sempre di meno. Vero, tutto ciò è adatto a un atleta evoluto ma dimostra anche come, ad alto livello, può essere delicato quanto semplice fare un ulteriore salto di qualità. Per quanto riguarda Marco, “è bastato mettere ordine alla sua programmazione – parole di Gian Mario – con meno tabelle e imparando ad ascoltare di più il proprio corpo“. Mettendo ad esempio il riposo – sì, il riposo – tra i mezzi allenanti. E soprattutto, primo e unico atleta al mondo, a lanciare il martello con cinque giri.

Marco oggi. Sposato con Desirée, tre figli, di lavoro fa il finanziere a Biella (è stato dismesso un anno e mezzo fa dalle Fiamme Gialle, con buona pace dei tanti “professionisti” che non vanno né alle Olimpiadi né tantomeno agli Europei…), ha fondato una sua società (la ASD Marco Lingua Forever per la quale, manco a dirlo, è tesserato) e con tanta perseveranza è riuscito a tagliare il traguardo della sua seconda Olimpiade: unico del settore lanci ad essere convocato a Rio (a Pechino 2008 erano ben 4 martellisti su un totale di 8 lanciatori).

In conclusione…perché Marco Lingua ha vinto due volte (o forse tre)

  1. E’ diventato uno dei migliori martellisti al mondo con un percorso tecnico particolare e non “ortodosso”
  2. E’ riuscito a farlo “prendendo il doping a martellate”
  3. (aggiungo io) ce l’ha fatta a qualificarsi ad una seconda Olimpiade, a distanza di otto anni, pur non essendo più un atleta professionista

Buona lettura.

LibroLingua

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“Il volo di Volodja”, la storia di Vladimir Jascenko, un campione fragile

Mi sento schiacciare dall’apatia, tutto mi dà la nausea…vorrei trovare la voglia di vivere dentro me stesso, vorrei che questa energia mi si sprigionasse senza il bisogno di andare a cercarla”.

Così scriveva nel suo diario uno dei più grandi campioni di sempre dell’atletica moderna, Vladimir Jascenko. Un saltatore in alto che, a soli 19 anni, seppe volare più in alto di tutti. Ma anche un ragazzo sensibile, dal carattere volubile, che voleva “appropriarsi della sua gioventù” e vivere la vita a dispetto dell’autunno perenne della stagione sovietica brezneviana. Questo, e molto altro, è raccontato nel bellissimo libro “Il volo di Volodja – Vladimir Jascenko, un campione fragile” scritto a quattro mani da Giuseppe Ottomano e Igor’ Timoshin per Miraggi edizioni e acquistabile su internet o in libreria.

Vladimir Jaschenko è stato innanzitutto un campione cristallino della nostra atletica, capace di saltare 2,35 quando aveva solo 19 anni, il 12 marzo 1978 al vecchio Palasport di Milano. Si narra che, in quello che fu il tempio dell’atletica e che poi sepolto anch’esso dalla neve e dall’oblio – quella sera c’erano 10000 persone tutte per lui. E Volodja, guascone che amava gareggiare per il pubblico, li ripagò con qualcosa di storico. Ultimo vero, magnifico interprete dello stile ventrale che incarnava perfettamente la lotta impari dell’uomo contro la forza di gravità, e quando ormai tutti gli altri specialisti erano passati al più redditizio Fosbury Flop, la sua carriera è stata un fuoco lucente e caloroso che, purtroppo, si è spento troppo presto. Tra infortuni mal curati ed errori nascosti sotto la cenere dell’ottusità e del conformismo di una nomenklatura che poi sarà fatta a pezzi dalla nuova stagione della perestroijka di Gorbaciov.

Libro JaschenkoNato in una cittadina di provincia dell’Ucraina sud-orientale, Zaporizzja, nota più che altro per ospitare la più grande centrale nucleare d’Europa, sin da bambino ha mostrato grandi qualità fisiche e voglia di libertà, e ben presto fu notato da Vasilj Telegin, che seppe imbrigliare il suo carattere volubile e ribelle, ed incanalare questa grande energia verso un gesto tecnico da sogno. Telegin, che all’epoca era un tecnico acerbo e senza un grande passato da atleta, fu bravo a crescere con lui, impostandogli duri programmi di allenamento e impartenodogli consigli semplici e paterni, tollerandone talvolta le scappatelle e le sparizioni. E i risultati non tardarono ad arrivare: nel 1976 – a soli 17 anni, Jaschenko con 2,22 superò il mitico record mondiale juniores del connazionale Valerij Brumel. L’estate successiva a Richmond, nei Giochi dell’Amicizia USA-URSS, salì a 2,33, strappando il record mondiale a Dwight Stones. L’apice della sua carriera fu quel 12 marzo 1978 quando arrivò a 2,35 in sala a Milano. Nell’estate successiva vinse con facilità i Campionati Europei di Praga, quando cominciarono a palesarsi i primi problemi a un ginocchio. Nel 1979, nonostante i malanni fisici, fu costretto forzatamente a continuare a gareggiare perché rappresentava il “fiore all’occhiello dello sport sovietico”, e questo fu l’inizio della sua fine. La rottura del legamento crociato del ginocchio di stacco, ed una serie di operazioni maldestramente eseguite, ne minarono irrimediabilmente la carriera. La difficile riabilitazione, l’incertezza del futuro, il pessimo rapporto con una nomenklatura ottusa e opportunista amplificarono in Volodja le sue peculiarità e anche le sue deviazioni caratteriali. La sua inquietudine esistenziale crebbe e lo portò ad un comportamento accidioso ed asociale, che lo si trasformò ben presto in ossesioni e misantropia, ad una vita da eremita in cui la sua unica compagna era la bottiglia della vodka. La sua anima si spense lentamente e il suo corpo, corroso dall’alcool e dal male di vivere, se ne andò un giorno di novembre del 1999, “sconfitto dalla prova dell’esistenza”.

…Poi chiuse gli occhi e, quando li riaprì, gli si parò davanti uno scenario inaspettato. Il campo sportivo della Avangard si era trasformato in uno stadio vero, enorme e stipato di gente che sventolava grandi bandiere rosse e bandierine di carta con i cerchi olimpici […] Era abbigliato con la divisa rossa della nazionale sovietica. Saltava, con i lunghi capelli che ondeggiavano al vento. Saltava, sciogliendo i muscoli in attesa di una prova memorabile […] Si concentrò chiudendo gli occhi. E quando li riaprì, sentì due lacrime fredde che gli scendevano per le guance.

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Il link per chi vuole acquistare il libro

La storia di Vladimir Jaschenko su SportVintage

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“Gobbi come i Pirenei”: il primo libro di Otello Marcacci

Parlare di un libro scritto da un amico è sempre arduo, perché si viene coinvolti emotivamente fino al midollo, rischiando perciò di diventare troppo “parziali”. Tuttavia “Gobbi come i Pirenei”, opera prima di Otello Marcacci, è un piccolo capolavoro, nonché l’invito perfetto ad essere parziali, tifosi e anche un po’ faziosi, in barba all’amicizia e all’affetto che mi lega allo scrittore.

“Gobbi come i Pirenei” è appunto una metafora perfetta della vita, raccontata con gli occhi di uno sportivo vero, che suda sui pedali come nella realtà quotidiana intrisa dal timore di non farcela, di piccoli fallimenti ma altrettante e più importanti rivincite personali.

Non è la storia autocelebrativa di un campione fine a se stesso, ma anzi un invito a come anche un “mediocre” (come si autodefinisce – ovviamente sbagliando – il protagonista del libro) può trovare la “sua” eccellenza, e non per forza quella fatta di fama, gloria e soldi. Una storia d’amore, ironia, ciclismo, anarchia – come recita il sottotitolo – parole che rimbombano tra le pagine fino a formare un melange di emozioni ed intriganti colpi di scena. Un libro che stupisce, dal primo all’ultimo foglio, senza mai raccontare lo scontato o lasciarsi andare in in facili sceneggiature alla melassa.

Lo sport è bello perché, al di là di classifiche, tempi e misure, nasconde mille storie da raccontare. Alcune possono anche apparire banali, ma molte invece tracciano strade assai significative, e raccontano storie appassionanti ed assai attinenti alla difficile realtà che ci circonda. Nel libro di Otello Marcacci, di cui sorprende la facilità di scrittura, asciutta ma anche forte e colorita come si conviene a un maremmano vero, c’è molto di autobiografico, ma altrettanto ognuno di noi può immedesimarsi in molte piccole sfaccettaure della storia. Come il sottoscritto, “gregario” dell’atletica mondiale. E in fondo, chi non ha mai pensato di fare delle proprie sconfitte sportive un monumento alla propria mediocrità? Chi conosce lo sport vero, sa che è così. Così come gli stimoli per poter ripartire, verso traguardi insperati di sport e di vita, si possono trovare ovunque. Basta in fondo rialzarsi sui pedali, e ripartire. Magari con la musica di Jim Croce.

“Gobbi come i Pirenei” è edito da Neo Edizioni

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“I Figli del Vento”: il nuovo libro di Gustavo Pallicca

Non è facile trovare, al giorno d’oggi, appassionati di atletica così competenti e meticolosi come Gustavo Pallicca. Quest’ultimo è un personaggio che non ha certo bisogno di presentazioni: una carriera di starter internazionale alle spalle, in cui oltretutto la sua macchina fotografica ha accompagnato e fissato le emozioni di decenni di piste e pedane, ad oggi è uno dei massimi studiosi e conoscitori dell’atletica moderna. Otto anni dopo la sua prima pubblicazione ecco adesso il suo nuovo libro, “I figli del vento – Storia dei 100 metri ai Giochi Olimpici – Volume 2” (edizioni Riva – 384 pagine), nuova antologia della specialità che molti considerano la “regina” dell’atletica.

Da Stoccolma 1912 a Los Angeles 1932, il libro tratta con grande precisione cronologica fatti, aneddoti, statistiche e soprattutto personaggi: da Charles Paddock a Harold Abrahams, da Percy Williams a Eddie Tolan, attraverso bellissime illustrazioni ed in un contesto storico che passa attraverso i primi voli aerei dei fratelli Wright, il Titanic, la Grande Guerra e la nascita delle dittature in Italia e Germania. Storia nella storia, per non dimenticare mai da dove veniamo, anche sportivamente.

Indirizzo dell’autore: gustavopallicca@tin.it

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“Record”: il salto con l’asta visto da Nicola Catenaro

Il contatto tra sport e letteratura è spesso rischioso quanto interessante. E’ come se si incontrassero due persone molto diverse tra loro: pochi i punti in comune, ma quando “scatta la scintilla”…E la scintilla è prontamente scattata in “Record”: un racconto composto da Nicola Catenaro, giornalista e scrittore di Teramo che ha inserito il suo racconto nel libro “La porta di Ferro”, edito da Ricerche&Redazioni. Ho avuto il privilegio di aiutare Nicola dal punto di vista tecnico, ovvero di svelare quei particolari del salto con l’asta che solo chi ci ha vissuto conosce a fondo. Per il resto ci ha pensato lui, e piuttosto bene, nel racconto riportato qui sotto. Buona lettura!

RECORD

Sulla pedana, prima di saltare, il tempo si dilata. I secondi sembrano minuti, i minuti pesano come ore trascorse in solitudine. Questa notte non ho chiuso occhio, quindi non so dove trovo la forza per riuscire a sollevare l’asta. Eppure un’energia strana mi attraversa il corpo. È come se, per compensare la fatica della notte insonne, stessi attingendo ad una riserva, tanto preziosa quanto limitata, che moltiplica la mia potenza. Potenza, sì: è questo il segreto. Se avessi nel mio cervello la stessa potenza che ho nelle braccia e nelle gambe, non avrei esitazioni né fragilità di cui dolermi, velleità da rimpiangere o embrioni di sogni ormai bruciati da ricordare. Ma il malandrino oscuro che tiene in pugno la mia anima (un gobbo dal nome tristezza) non possiede il mio corpo, non riesce a prendersi i miei istinti e le mie fibre muscolari se non di riflesso. Se non attraverso una strana febbre che mi inquina le vene come un perfido veleno. Ma io respiro, respiro, sono vivo. O, almeno, così sembra.

Via: è il momento di iniziare la rincorsa. Ho davanti a me diciotto o forse venti passi di velocità. Tradotti in metri, fanno circa quaranta. È il momento in cui si brucia la metà delle energie disponibili, non un grammo di più altrimenti non ce n’è abbastanza per le altre fasi. I muscoli del viso sono contratti, la schiena leggermente piegata in avanti per una serie di balzi che appaiono, a guardarli alla moviola, quasi innaturali. È la rincorsa di un guerriero, simile ad un’esplosione di gioia. Una sensazione estremamente diversa da quella che provo quando penso a te, Pedra. Immagino che i tuoi occhi mi stiano seguendo in questo momento – incollati alle scarpette rosse che da sempre indosso per scaramanzia o per vezzo non so più – per capire se i passi sono giusti e se i piedi colpiscono con la giusta intensità la pista. Sei stata sempre curiosa, una bambina intelligente con gli occhi rapidi e tanta voglia di conoscere le cose e il mondo e il perché delle cose e del mondo. Tua madre è lì, poco oltre la pista, che cerca insieme a me una via di uscita da questa autostrada senza più emozioni. Sono mesi che ci evitiamo cercando di far finta che non stia accadendo niente. Non ci sono novità all’orizzonte, non ce ne saranno per i prossimi secoli.

Il pensiero di te però mi infonde sollievo, getto alle spalle il cuore gonfio di tristezza. E così divento in un attimo più leggero, più veloce. Corro insieme a te, piccola Pedra, tu sei la mia benzina. Sollevo in alto le ginocchia, non avverto più alcuna fatica, sono agile come un cerbiatto, ho la forza di una tigre. Soprattutto, sono veloce. Tra qualche frazione di secondo, quando arriverò alla cassetta d’imbucata, dovrò sopportare uno sforzo straziante per riuscire a flettere l’asta e per resistere alla potenza che la stessa mi restituirà permettendomi di valicare l’asticella.

Sei tu, Pedra, che mi guidi in questa impresa. Perché sei tu, adesso e per sempre, il significato della mia vita. Il tempo trascorre lentamente su questa pedana mentre io corro, corro all’impazzata. Ogni passo mi avvicina al tuo viso, ogni balzo è un passo verso l’immortalità del tuo amore. Vorrei essere un giaguaro, vorrei non avere un cervello, vorrei buttare via alle ortiche questo male orribile che mi attraversa i pensieri. E così spingo forte per terra le gambe, premo ogni oltre limite l’acceleratore, chiudo gli occhi per non pensare più, per concentrami su di te. Ma io sono qui, Pedra, sono carne e ossa, lacerate e stanche, mentre tu non ci sei. I nostri mondi sono destinati a non incontrarsi, a meno che io non cerchi di strappare il duro velo che sta al confine delle nostre rispettive realtà e non riesca a dare uno sguardo all’interno. Sarei rapido, piccola, nel cercarti tra le schiere degli atleti che non corrono più, nel farmi largo tra la folla in attesa dell’eternità. Sarei rapido, non mi farei notare, ti individuerei immediatamente, colorata di rosso e azzurro in mezzo al popolo in grigio, ti prenderei per mano e ti porterei via, senza voltarmi, prima che il velo si richiuda per sempre.

Sono interminabili questi secondi, questi ultimi metri di rincorsa, il lasso di tempo in cui l’asta si abbassa fino ad essere quasi perpendicolare al terreno, pronta per finire con precisione nella cassetta d’imbucata. Ora arriva il momento più delicato. La mia velocità, Pedra, si tramuterà in potenza pura. Lo stacco precede di poco la fase di caricamento dell’asta e mi fa comprendere come qualcosa di diverso stia accadendo. Lo sforzo che mi occorre per piegare l’attrezzo supera le mie capacità fisiche. Non c’è neanche bisogno che cerchi una spiegazione. “Devi stare attento, l’asta è terribile”, mi diceva sempre Pino nelle lunghe sedute di preparazione ai primi salti. Si riferiva alla forza necessaria per resistere al contraccolpo nel momento stesso in cui stacchi i piedi da terra e pieghi l’asta per prendere il volo. Io, in quei giorni, non avevo ancora l’approccio mentale e la struttura fisica necessari per saltare. Ero uno spilungone con gli arti grandi e con pochi muscoli. Ricordo perfettamente i miei allenamenti pomeridiani dopo lo studio: riscaldamento con la corda, come i pugili; poi passavo alle interminabili serie di scatti per allenare la velocità, con un bilanciere da dieci chilogrammi utilizzato al posto dell’asta; quindi si passava agli addominali, mimando su un panca inclinata le fasi di caricamento e di oscillazione; il finale era concentrato sul potenziamento delle braccia con trazioni e piegamenti tali e tanti da illividire i tricipiti.

“Devi mettere su un po’ di muscoli”, mi diceva Pino. Non ci volle molto, mi allenavo sei giorni su sette. In un anno misi su cinque chili e progredii in velocità e potenza. Avevo diciassette anni quando conquistai il record regionale. Dopo, fu una serie lunga di riconoscimenti e soddisfazioni. Fino all’anno del titolo di campione europeo, che coincise con il tuo arrivo, Pedra. Tua madre era ancora in ospedale quando centrai il salto decisivo. Lo feci per voi due e, soprattutto, in onore del tuo arrivo. Non potevi guardarmi, lo so, ma potevi intuirmi. Come io intuisco te. Questo legame non è mai finito. Lo so per certo. E io lo ritroverò.

Ho fatto sistemare l’asticella a un’altezza impensabile. Se riuscirò a superarla, avrò bruciato ogni misura fatta registrare finora. E sarà record mondiale. Non ho seguito alcun tipo di preparazione specifica per questo appuntamento. Ma ho cambiato l’asta. Quando al reparto tecnico ho chiesto che me ne fornissero una di cinque metri e cinquanta con un coefficiente di flessione pari a sette punto cinque, il capo tecnico mi ha guardato con occhio interrogativo e mi ha chiesto se per caso fossi impazzito. Ho risposto con sicurezza che no, non ero pazzo, semplicemente ero sicuro di effettuare il salto ad un’altezza superiore a 6 metri e 14, l’imbattuto record di Bubka. Lui ha replicato che non era l’altezza a preoccuparlo ma il coefficiente di flessione. “Non sarai capace di piegare l’asta” ha sentenziato.

L’asta l’ho piegata, è la risposta del mio corpo che non avevo previsto. La resistenza necessaria per tenere a bada le sollecitazioni che l’attrezzo mi restituisce non è nelle mie capacità. E io, per un attimo, ho creduto di non farcela. Credo ancora di scivolare e invece l’asta mi tira su ad una velocità impressionante. Faccio appena in tempo a piegare le gambe e, irrigidendo gli addominali, a chiudere il mio corpo come in un guscio. Vado su, in alto, non so quanto, scorgo il mondo al contrario. Ho compiuto migliaia di salti, ma questo è diverso. È un balzo verso l’eternità, dalla luce al buio, dal sole al tramonto, e di nuovo luce e ancora luce. Mi sto avvicinando, Pedra, papà torna a casa per abbracciarti di nuovo. Lascio lentamente l’impugnatura dell’asta e mi volto per venirti a prendere. Sono qui, Pedra, papà è qui, lasciati accarezzare, lasciati baciare. Piccola, mi sei mancata…

Non sento più nulla, dopo. Non ho sentito più nulla, neanche adesso. Non ho avvertito il vuoto sotto di me, non mi sono accorto del precipizio che si è spalancato al di là dell’asticella. Sono caduto da un’altezza di quasi dieci metri e, poi, quando mi sono schiantato al suolo, sulla pista, lontano dal tappeto che mi avrebbe salvato la vita, non ho avuto il tempo di riflettere che, in fondo, ero già morto prima di saltare. Si può essere vivi fisicamente, cerebralmente, e contemporaneamente si può essere cadaveri nelle pulsioni emotive e nell’anima. Io lo ero diventato dopo averti visto, Pedra, svanire lentamente in quel letto squallido di ospedale, in quella luce buia e senza speranze, tra medici che ti facevano il funerale fingendo di salvarti e infermiere che si prodigavano quando ormai non c’era più nulla da fare. Ho visto tua madre disperarsi, e questo già bastava per desiderare di morire. Poi ho visto il colore della tua pelle cambiare, liquefarsi come una caramella al sole, e ho pensato che non avevo più voglia di niente. Ora che sono di qua anche io, in questo cielo stellato e caldo, zeppo di liquido refrigerante e striato di azzurro malinconico, penso che la mia carcassa – quella che giace su un lato del campo e sulla quale una moltitudine di persone si affolla cercando vanamente di rianimarla – non valeva molto neanche quando un po’ di sangue le percorreva le vene. E finalmente ti vedo!

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