Sochi 2014: la velocista Lauryn Williams corre verso la storia olimpica dopo il suo argento nel Bob a 2

Sochi 2014: la velocista Lauryn Williams corre verso la storia olimpica dopo il suo argento nel Bob a 2

La storia delle Olimpiadi invernali ed estive si è intrecciata di nuovo questa sera sulla pista del Sanki Sliding Center di Krasnaya Polyana. Lauryn Williams, ex velocista della nazionale statunitense con la quale ha vinto una medaglia d’oro nella 4×100 metri ai Giochi di Londra 2012 e quella d’argento nei 100 metri ad Atene 2004, ha aggiunto un’altra perla alla sua carriera, vincendo l’argento nel Bob a 2 assieme alla pilota Elana Meyers nell’equipaggio di USA-1. Prima di lei, solo 4 persone erano riuscite ad ottenere medaglie sia ai giochi invernali che a quelli estivi. Il primo – e l’unico a vincere due ori in due discipline diverse – fu lo statunitense Eddie Eagan, oro nel pugilato categoria mediomassimi nel 1920, e poi ancora sul primo gradino del podio a Lake Placid 1932, quando assieme a Billy Fiske, Clifford Barton Gray e Jay James O’Brien trionfò nel Bob a 4. Pochi anni dopo, quasi in contemporanea, fu il turno del norvegese Jacob Thullin Thams, trionfatore nel salto con gli sci a Chamonix 1924, e poi argento nella vela – classe 8 metri – a Berlino 1936. La prima donna a raggiungere una simile accoppiata fu la tedesca dell’est Christa Luding, con ben 4 medaglie vinte in tre edizioni delle Olimpiadi Invernali (oro nei 500 metri a Sarajevo 1984 e nei 1000 metri a Calgary 1988, argento nei 5000 metri a Calgary 1988 e ad Albertville 1992), alla quale si è aggiunto un argento nel ciclismo – specialità velocità su pista – a Seoul 1988. L’ultima in ordine di tempo prima della Williams è stata la canadese Clara Hughes, che alle Olimpiadi di Atlanta 1996 aveva vinto due bronzi nel ciclismo (gara in linea e cronometro su strada) prima di passare al pattinaggio di velocità dove, in tre edizioni olimpiche, è stata capace di vincere 1 oro (nei 5000 metri a Torino 2006),  1 argento (nell’inseguimento femminile sempre a Torino 2006) e 2 bronzi (entrambi sui 5000 metri a Salt Lake City 2002 e a Vancouver 2010).

Per Lauryn Williams, nonostante il rammarico di aver perso l’oro nell’ultima discesa e per soli 10/100 dall’equipaggio di Canada 1, si tratta comunque di un’impresa. Nella sua carriera di velocista ha vinto due medaglie olimpiche e 5 Mondiali tra il 2003 e il 2007 – 1 oro e un argento nei 100 metri, 2 ori e un argento nella staffetta 4×100 – ed è stata capace di correre i 100 metri in 10”88 e i 200 in 22”27. Ritiratasi dall’atletica al termine della stagione 2013, è arrivata al bob solo nell’autunno successivo assieme alla compagna LoLo Jones, oggi undicesima con l’equipaggio di USA-3. Nonostante la mancanza d’esperienza, la Williams ha bruciato le tappe, e solo pochi giorni prima delle Olimpiadi di Sochi è stata promossa in USA-1, l’equipaggio più forte grazie all’esperienza della pilota Elana Meyers, già bronzo a Vancouver 2010 nella stessa specialità. L’avventura olimpica di USA-1 a Sochi non è iniziata nella maniera migliore: nella prima discesa di allenamento assieme, Meyers e Williams hanno frenato troppo tardi e si sono schiantate contro un muretto, danneggiando seriamente il loro bob. Per fortuna, i tecnici della nazionale USA sono riusciti a ripararlo in tempo, e nel frattempo è migliorata la chimica tra pilota e frenatore tanto che, sotto la spinta della Williams, USA-1 ha migliorato per due volte il record di spinta della pista (5”12). Questo significa che l’ex velocista americana è stata brava ad adattarsi al suo ruolo di frenatrice, e ad una corsa tecnicamente molto diversa rispetto a quella nella pista di atletica: senza braccia, con passi più stretti e meno rotondi rispetto alla corsa di un atleta. Fino addirittura ad accarezzare l’impresa di vincere l’oro: un sogno sfumato solo nella quarta discesa. Ma la performance di Lauryn Williams entra comunque di diritto nella storia dei Giochi Olimpici.

Leggi qui l’articolo originale in inglese: Lauryn Williams races to Olympic history after silver in bobsleigh

Lauryn Williams dopo il suo oro nei 100 metri ai Mondiali di Helsinki 2005
Lauryn Williams dopo il suo oro nei 100 metri ai Mondiali di Helsinki 2005

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Diario da Sochi 2014: Armin Zoeggeler, 20 anni di leggenda

Nella mia bella esperienza olimpica di Sochi 2014, ho avuto la fortuna di poter capitare in una giornata memorabile per l’Italia e per tutto lo sport mondiale. Armin Zoeggeler con il suo slittino ha ottenuto la sua sesta medaglia consecutiva in altrettante Olimpiadi invernali alle quali ha partecipato. Un privilegio poter assistere al suo ultimo capolavoro sportivo, e poter sentire le sue parole che mi hanno permesso di scrivere questo articolo, pubblicato anche (in inglese) sul sito dell’AIPS, l’Associazione Mondiale della Stampa Sportiva.

14 febbraio 1994, giorno di San Valentino. Come sempre accade, anche in quell’anno gli amanti si scambiarono regali e promesse d’amore. Bill Clinton era il presidente degli Stati Uniti e Kurt Cobain con i suoi Nirvana cantava ancora dal vivo Smells like Teen Spirit o Come as you are. Armin Zoeggeler aveva 20 anni, aveva da poco tagliato i capelli lunghi da rockstar per scegliere di fare il professionista e andare forte con la sua slitta. Quel giorno a Lillehammer, alle sue prime Olimpiadi in carriera, Zoeggeler vinse la medaglia di bronzo, cogliendo il primo alloro di quella che si sarebbe rivelata una carriera infinita.

Per il ragazzo venuto da Foiana, paesino di poche anime del profondo nord germanofono d’Italia, questi 20 anni sono trascorsi a velocità stratosferica tra curve paraboliche, rettilinei infiniti, lastre di ghiaccio e lame d’acciaio, allenamenti e ricognizioni. Ma soprattutto attraverso un filotto incredibile di successi: 6 medaglie consecutive in altrettante olimpiadi, nessuno come lui nella storia. Una storia che ebbe inizio proprio a Lillehammer 1994 quando Zoeggeler, carneade fino a quel momento poco titolato, finì dietro ai mostri sacri dell’epoca Georg Hackl e Markus Prock. Quattro anni dopo, a Nagano 1998, fu ancora il tedesco Hackl a prendersi l’oro ma Zoeggeler, secondo, si stava avvicinando a lui e sapeva che sarebbe presto arrivato il suo momento. Il momento arrivò, puntuale, a Salt Lake City 2002. Oro. Alle sue spalle, i rivali di sempre Hackl e Prock. Arrivò poi il 2006 con l’Olimpiade di casa a Torino, e fu per lui l’apoteosi: secondo oro consecutivo, quasi senza rivali. Il peso degli anni cominciò inseorabilmente a farsi sentire, arrivò anche qualche acciacco e nuovi grandi avversari, ma anche l’esperienza del campione consumato. A Vancouver 2010, Zoeggeler fu di nuovo in grado di salire sul podio alle spalle dell’astro nascente Felix Loch e dall’altro tedesco David Moller. Momento giusto per smettere? Nemmeno per sogno. Si va dritti a Sochi, con l’obiettivo di un’altra medaglia. Che arriva, puntuale, veloce e precisa come le sue discese. Bronzo, alle spalle del campione Loch e dell’altro vegliardo, il russo Dymchenko (per lui 7 partecipazioni alle Olimpiadi invernali, al secondo argento in carriera dopo quello di Torino 2006). Nel mezzo, decine di medaglie mondiali ed europee nello slittino singolo e anche in quello di coppia.

Una leggenda. Il cannibale, lo chiamano, ma a Zoeggeler questo soprannome non piace. E’ una persona gentile e dai modi calmi e misurati. Ama la velocità (da giovane possedeva una moto Kawasaki 600, poi ha deciso di andare forte solo sulle piste) ma anche la famiglia, la quiete della sua fattoria e le passeggiate in montagna. Nel lavoro è di una precisione meticolosa: 5 ore al giorno di allenamento tra discese, studio del mezzo e del ghiaccio, preparazione fisica e psicologica. Nulla può essere lasciato al caso. Ed i campioni non fanno nulla per caso. Nemmeno quando Zoeggeler, dopo la sua sesta medaglia consecutiva ad un’Olimpiade, ha lanciato la visiera del suo casco in un forte gesto di liberazione. Forse il primo della sua carriera. La storia è anche questo. Il campione, adesso, ha superato anche la sua slitta.

Qui l’articolo originale sul sito dell’AIPS: Armin Zoeggeler: 20 years of legend

Con Armin Zoeggeler a Sochi dopo la sua sesta medaglia
Con Armin Zoeggeler a Sochi dopo la sua sesta medaglia

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Sochi 2014: verso l’Olimpiade del futuro

Nuovo viaggio. Destinazione Sochi, Russia dove tra pochi mesi, nel febbraio 2014, si svolgeranno i prossimi Giochi Olimpici Invernali. Sono qui, anche stavolta, con l’AIPS (l’Associazione Internazionale della Stampa Sportiva che organizzava il suo 76° congresso elettivo, che ha dato un terzo mandato presidenziale a Gianni Merlo) a fare da tutor e coordinare nelle loro attività un gruppo di Young Reporters, giovani giornalisti provenienti da tutto il mondo, insegnando loro il poco che so della mia esperienza giornalistica.

SOCHI è una città sul mare, dal clima dolce e mite che ricorda quello della Riviera Ligure e per questo è difficile pensare che, anche se in inverno, possa ospitare un’Olimpiade invernale. Le montagne del Caucaso, però, sono poco lontane, coprendo le spalle ad una città che si sviluppa per decine di chilometri lungo la costa settentrionale del Mar Nero.

L’Olympic Park nel Sea Cluster di Sochi

I DUE BLOCCHI Il progetto olimpico di Sochi ha qualcosa di davvero innovativo: la divisione dei siti olimpici in due blocchi (clusters) distinti: il Sea Cluster e il Mountain Cluster, lontani tra loro circa 40 km. Il Sea Cluster è un gigantesco parco olimpico affacciato sul Mar Nero, e che su diversi impianti ospiterà pattinaggio artistico e di velocità, curling, short track e hockey, quest’ultimo già funzionante e operativo. In più, sta per sorgere una gigantesca sala stampa a supporto dell’Olimpiade, il villaggio olimpico, tanti hotels, il quartier generale dell’organizzazione dei Giochi ed una pista di automobilismo che si snoda tra le varie venues, e che nel 2014 ospiterà la Formula 1. Il Mountain Cluster,  incastonato tra i primi contrafforti del Caucaso, non è troppo lontano, e lo sarà ancora meno tra breve, quando saranno pronte una superstrada ed una ferrovia che collegheranno i due blocchi, permettendo a tutti di spostarsi in meno di mezz’ora. Nel Mountain Cluster avranno luogo le gare di sci aplino e di fondo, biathlon, salto con gli sci, bob, slittino, skeleton e combinata nordica.

Il trampolino del salto con gli sci in costruzione nel Mountain Cluster

L’IDEA innovativa di dividere in due i “blocchi” di impianti è una scommessa degli organizzatori e di tutta la Russia, per evitare la dispersione in tanti impianti lontani tra loro, e soprattutto per dimostrare che, anche se sul mare, si può fare sport invernale ad alto livello. Tutto questo, attraverso infrastrutture d’avanguardia e standard organizzativi di qualità. Un progetto che sta facendo cambiare volto non solo alla città di Sochi, ma ad un’intera regione.

INFRASTRUTTURE eccetto alcuni impianti già inaugurati e perfettamente funzionanti (l’Adler Arena per lo sppedskating è forse l’impianto più bello mai costruito per la specialità), la maggior parte dei siti e delle infrastrutture sono ancora in work in progress, con i due clusters che sono ad oggi giganteschi cantieri a cielo aperto. Migliaia di operai sono a lavoro giorno e notte, giganteschi camion si muovono ovunque alzando enormi nuvole di polvere in un caos controllato e per questo sugestivo. Gli organizzatori dei Giochi assicurano che tutto sarà pronto entro la fine della prosima estate, quindi ben prima dell’inizio dell’aventura olimpica. Gli crediamo, vista l’ambizione e le forze in campo che questa moderna Russia sta mettendo in campo. Il tempo dirà se è così.

A Sochi con il gruppo degli Young Reporters e i responsabii dell'AIPS
A Sochi con il gruppo degli Young Reporters e i responsabii dell’AIPS

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Diario dall’Azerbaigian, la “Terra del Fuoco”

Baku (Azerbaigian). Tre settimane sono lunghe quando si è lontano da casa. Ma, soprattutto, quando non si è in vacanza. Ci sono tuttavia circostanze in cui la nostalgia di casa, degli affetti e delle consuetudini è in qualche modo alleviata da fattori positivi. E’ senza dubbio il mio caso, reduce da 21 giorni in Azerbaigian dove, con l’AIPS (Associazione della Stampa Sportiva Mondiale) abbiamo dato vita al progetto AIPS Young Reporters, una sorta di “Scuola di giornalismo sportivo” per aspiranti provenienti da ogni parte del mondo, in occasione dei Campionati Mondiali di Calcio Femminile Under 17.

Un'immagine notturna di Baku (foto Andrea Giannini)

Come detto, sono state tre settimane piacevoli, per tanti motivi. Primo: Baku è una città incantevole, pulita, sicura e ospitale. L’Azerbaigian (letteralmente “terra del fuoco”) è un territorio ricco di storia e natura. Gli Azeri, popolo fiero di etnia turca (cui sono legatissimi) hanno ben presto cancellato il loro ingombrante passato sovietico e, grazie alla ricchezza proveniente dal petrolio di cui hanno ingenti risorse, sono riusciti a costruire infrastrutture all’avanguardia e una società moderna, libera (per quanto riguarda i costumi) e decisamente avanzata. L’Azerbaigian ha la disponibilità e soprattutto la voglia di investire, anche e soprattutto nello sport. E’ il caso dei Campionati Mondiali Under 17 di Calcio Femminile (16 squadre) ma anche la candidatura per ospitare le Olimpiadi nel 2020. E in caso di insuccesso, riprovarci nel 2024. Nel bel mezzo, tanti importanti avenimenti culturali (come ad esempio EuroVision, festival del cinema europeo) ed anche il nostro “training” formativo, in cui 8 giovani dell’Azerbaigian si sono confrontati con 17 colleghi giovani giornalisti, e soprattutto formatori, provenienti da tutto il mondo. Passando dalle quattro chiacchiere con Sepp Blatter, deus-ex-machina della FIFA ed in questo caso gradito padrone di casa, con il Ministro dello Sport azero Azad Rahimov e di staff e giocatori dell’Inter, che si sono concessi ai microfoni dei giovani reporters prima e dopo la partita di Europa League Neftci Baku-Inter, finita con il successo di 3-1 per i nerazzurri. Una bella esperienza, non c’è dubbio, e senz’altro una bella copertina su una nazione, l’Azerbaigian, sconosciuta ai molti sulle carte geografiche ma con una gran voglia di fare e di far parlare (in bene) di sé.

Al prossimo viaggio!

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Rinasce la Libia, rinasce lo Sport

In piazza dei Martiri i ragazzi vendono rose. Per guadagnare, certo, ma anche per contagiarsi con libertà, amicizia e amore che rinascono nella nuova Libia. Ai tempi di Gheddafi, questa grande spianata che dal centro di Tripoli guarda verso il mare si chiamava Piazza Verde, come il colore delle vecchia bandiera; anni prima, sotto la colonizzazione dell’Italia Fascista, aveva preso il nome di piazza Italia. Adesso ci si è finalmente liberati da qualsiasi tipo di dispotismo, e la popolazione libica può finalmente riprendersi quello che è suo. A partire dal mondo dello sport, dove il Comitato Olimpico Libico è già da tempo a lavoro per far ripartire l’intero movimento. 

Come AIPS, Associazione Mondiale dei Giornalisti Sportivi, siamo stati loro ospiti per qualche giorno, in occasione di un convegno che ha coinvolto molti giornalisti sportivi della Libia chestanno facendo rinascere testate, siti internet, radio e televisioni.

Tra le macerie dell’ex quartiere generale di Gheddafi

Come ad esempio Libya Alhurra, il primo canale indipendente appena nato, e che proprio in questi giorni sta riprendendo le sue trasmissioni sportive. Il Comitato Olimpico libico, come detto, si sta impegnando alacremente per far ripartire lo sport in un paese vasto tre volte l’Italia, ma in cui metà della popolazione è concentrata nella sola Tripoli. Nell’imminenza dei bombardamenti, i dirigenti hanno saggiamente nascosto libri, pubblicazioni, macchinari tecnici e attrezzi in un bunker, tutto si è salvato dalla guerra ed il Centro di Preparazione Olimpica è ad oggi un vero e proprio gioiello con palestre, biblioteca e centri di valutazione funzionale all’avanguardia. Nel frattempo, sono già stati fatti accordi con il Coni che ha assicurato tutta la sua collaborazione tecnica e organizzativa; presto si dovrebbe riformare la Federcalcio nazionale (a proposito, è difficile che Claudio Gentile diventi il Ct della Libia…), ma per vedere i nuovi campionati di calcio ci vorranno ancora diversi mesi, al fine di evitare incidenti “politico-calcistici” come si sono verificati del vicino Egitto.

Il fuoco sotto la cenere degli animi, in effetti, cova ancora. La guerra civile ha lasciato sul campo troppi morti e numerosi dispersi, di cui si vedono ancora le foto ai bordi delle strade. La città di Tripoli è intatta, se si eccettua quello che fu il quartier generale di Gheddafi, prima fortino inviolabile e poi raso al suolo dai grappoli di bombe della NATO e dalla rabbia del popolo libico, e ridotto adesso ad uno spettrale cumulo di macerie e di immondizia. La vita normale, nel frattempo, è già ripresa in tutti i quartieri: forse non si è mai del tutto interrotta dove non ci si sparava. Adesso, c’è la libertà, presto si spera che arrivino anche organizzazione e l’amministrazione efficienti. Lo sport libico ha già dato l’esempio.

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Innsbruck, le sue Olimpiadi Giovanili e gli “Young Reporters”

Innsbruck (Austria). Prendi lo sport, mettici tanta neve e soprattutto l’entusiasmo di oltre 1000 giovani provenienti da 60 paesi del mondo…e il gioco è fatto: ecco a voi i primi Giochi Olimpici Invernali Giovanili!

Una manifestazione, quella che si sta tenendo in questi giorni a Innsbruck, che per la prima volta porta sulla neve un’Olimpiade giovanile, dopo il grande successo ottenuto in quella estiva di Singapore 2010. Tanti giovani – i migliori del mondo delle rispettive discipline accuratamente selezionati dalle rispettive federazioni – che sprizzano entusiasmo da tutti i pori ma che vanno ad affrontare le rispettive gare con grande concentrazione, consci che la posta in palio è davvero alta e che già a quest’età ci si gioca un posto nel gotha degli sport olimpici.

In qualità di membro dell’AIPS (l’Associazione internazionale della stampa sportiva) ho assistito ad alcune gare dei Giochi, e grazie alla partnership con il CIO e la FISU (Federazione mondiale degli

Durante il progetto "Young Repoprters' Program" a Innsbruck

sport universitari) stiamo portando avanti un programma di formazione per giovani giornalisti denominato appunto “Young Reporters’ Program”, iniziato la scorsa estate in occasione delle Universiadi di Shenzhen, in Cina, e che andrà avanti fino al 2013, ovviamente passando per le Olimpiadi di Londra.

Un bell’impegno, non c’è che dire, ma anche tanto entusiasmo nell’incontrare e poter essere d’aiuto alle nuovissime generazioni di giornalisti, oltre a poter “cibarsi” del loro grande entusiamo, oltre a quello dei giovani protagonisti di questi Giochi.

Al prossimo viaggio!

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Verso le Universiadi invernali di Erzurum: il mio report per l’Aips

A poco più di un mese dall’inizio della XXV Universiade Invernale di Erzurum (Turchia), una delegazione dell’Aips (l’associazione mondiale dei giornaisti sportivi) ha fatto visita ai siti dove si terranno tutte le competizioni. Il gruppo, formato da Jorge Riberio, Rolf Arne Odiin, Anton Johann Waldmann, Ernst Niklaus Zaugg, Jeongsık Choi, Kyung Sun Ha, Jurica Ozmec, Kelly Kathleen Lapointe, Sydyney Kristen Brown, Andrea Giannini, Jerzy Jakobsche, Alexander Ukhov e Aleksandr Marchenko ed integrato da altri 30 giornalisti e fotografi turchi, ha visitato tutti gli impianti che saranno teatro delle gare, rimanendo favorevolmente colpiti dallo stato di avanzamento dei lavori e dalla qualità dei servizi offerti.

In visita agli impianti sciistici di Erzurum, Turchia

Gli impianti, quasi tutti di nuova costruzione, sono infatti già pronti, alcuni dei quali collaudatiaddirittura sotto gli occhi della delegazione. Il Comitato Organizzatore dei Giochi ha inoltre recepito con grande interesse tutti i rilievi posti dalla delegazione Aips, soprattutto per quanto riguarda le Press Facilities e l’impostazione delle Mixed and Press Zones. Da notare che una connessione Wi-fi libera è già in funzione in tutti gli impianti dell’Universiade.

Erzurum ha offerto degli scenari particolarmente suggestivi. A metà tra millenaria tradizione e grande voglia di modernità, la più grande città dell’Anatolia Orientale ha visto fiorire nell’ultimo periodo nuovi ed eleganti quartieri residenziali e commerciali, che hanno preso il posto dei più antichi (e poveri) sobborghi. E’ la più imporante stazione sciistica della Turchia, e grazie alle prossime Universiadi Invernali diventerà il sito per gli sport invernali più grandie e moderno di tutta l’Asia Minore. Di grande rilievo è anche l’Ataturk University, ateneo frequentato da oltre 60000 studenti provenienti da tutte le zone della Turchia ma anche dai paesi limitrofi come Iran, Azerbaigian, Georgia e Armenia, e che ne fanno una delle città più giovani di tutto il paese. L’ideale per ospitare un evento come l’Universiade, che vedrà la partecipazione di oltre 3000 atleti in rappresentanza di 58 nazioni.

Leggi il report in inglese sul sito dell’Aips

Il video:

 

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La Cina è vicina. E l’Asia corre

Eravamo rimasti al 2008 ed alle imponenti (e riuscite) Olimpiadi di Pechino. A distanza di due anni, ho avuto la fortuna di sbirciare un altro angolo di Cina: Guangzhou, sede pochi giorni fa dei Giochi Asiatici ed anche del comitato esecutivo dell’Aips (Associazione Internazionale della Stampa Sportiva) al quale ho partecipato.

Guangzhou è una “cittadina” di 13 milioni di abitanti (la terza in ordine di grandezza dopo Pechino e Shangai) e forse è meglio conosciuta con il vecchio nome coloniale di Canton. E’ posta nella zona sud-est della Cina, non lontana da Hong-Kong, e per questo ha un clima decisamente sub-tropicale. Perfetta, in questo senso, la scelta di disputare gli Asian Games tra il 12 e il 27 novembre.

I Giochi Asiatici, per quel che ho potuto vedere, sono stati una manifestazione ben studiata e perfettamente riuscita. L’aver applaudito lo splendido ritorno ad alti livelli del campione olimpico dei 110 hs Liu Xiang, che con 13”09 ha annichilito la concorrenza, è stata la classica ciliegina sulla torta. Così come è da ricordare la perfetta espressione di forza e tecnica con cui il discobolo Eshan Hadadi ha “sparato” il suo attrezzo a 67,99, mostrando poi nel giro d’onore la bandiera iraniana e con essa il lato più bello tra le molte contraddizioni del suo paese.

Allo stadio di Guanghzou, in occasione delle finali di atletica dei Giochi Asiatici 2010

Giochi eccellenti, dunque. Merito appunto di un’organizzazione capillare ed efficace, che ovviamente può contare su un numero cospicuo di persone: non solo tante però, ma anche giovani, intraprendenti e preparate. Mi ha colpito molto, infatti, il fatto che tutti i giovani cinesi parlassero perfettamente l’inglese, avessero ottime conoscenze di organizzazione e comunicazione, e soprattutto grande autonomia nel risolvere problemi e prendere decisioni. Forse, in questo senso, dovremmo rivedere il nostro stereotipo (o quello che ci viene propinato dai mass-media occidentali) di Cina come paese oscurantista ed “ingessato” su un potere centrale e piramidale. Certo, alcune restrizioni restano (vedi Youtube, Facebook e molte applicazioni di Google), ma a livello personale e professionale c’è una grande intraprendenza che mi ricorda, per certi versi, il mondo americano.

Per non parlare della città, pulita e coperta di fiori in occasione dell’evento, e con infrastrutture da fare invidia alle più avanzate città del Nord Europa. La città, ovviamente, si presenta multicolore e dalle tonalità più disparate: ai grandi e moderni centri commerciali si contrappongono i quartieri più vecchi e poveri, ma la possibilità di girare ovunque senza correre nessun rischio mette subito a proprio agio. Gli odori forti della cucina cinese, la manifattura ormai capace di imitare qualsiasi prodotto occidentale, la moltitudine di gente (sono veramente tanti) ancora non abituati a vedere uomini occidentali che ti squadrano come se fossi un alieno…tutto questo rende ancora più suggestiva un’esperienza davvero indimenticabile.

Infine, la Cina. E l’Asia. La prima sta investendo soldi ed ingegno nello sport. Ai Giochi Asiatici di Guangzhou (dove ha vinto la bellezza di 416 medaglie…) seguiranno nel 2012 le Universiadi a Shenzhen, altra città in grande espansione, e nel 2015 i Campionati Mondiali di Atletica a Pechino. Il continente asiatico è anch’esso, per larga parte, il presente ed il futuro dello sport. E’ notizia di pochi giorni fa l’assegnazione al Qatar dei Mondiali di calcio 2022. Tra poche settimane, Dubai ospiterà i Mondiali di nuoto. La stessa Corea Del Sud è già una potenza sportiva: ha già in tasca da tempo i Mondiali di Atletica (Daegu 2011) e la prossima edizione dei Giochi Asiatici (Incheon 2014), e quella 2015 delle Universiadi (Gwangju 2015), e spera di poter fare “cappotto” aggiudicandosi con Pyeongchang le Olimpiadi Invernali del 2018.

Investire nello sport non vuol dire solo vincere medaglie, ma saper programmare, progettare e gestire avvenimenti di grande levatura. Un’Asia divisa tra paesi arabi (Qatar, Emirati Arabi, Arabia Saudita e lo stesso Iran, altra potenza sportiva in grande crescita) ed estremo oriente, con Cina e Corea a tirare le fila. Ma garnde unità d’intenti. Un continente in grande crescita non solo demografica, ma anche tecnologica, sportiva e culturale. E noi”vecchi” occidentali stiamo a guardare.

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