#Mennea: 10 idee su “La Freccia del Sud”

Pietro Mennea, insieme a Carl Lewis e Sergei Bubka, è la persona che mi ha permesso di essere qui adesso. A parlare di atletica, ad averla praticata, ad allenarla. Insomma, ad esserci dentro fino al midollo. E come molti altri, non potevo non vedere “La Freccia del Sud”, fiction a lui dedicata. Una storia che valeva la pena di raccontare. E che, alla fine, non mi è dispiaciuta. Ecco le mie 10 idee su “La Freccia del Sud”.

  1. A chi era rivolta questa fiction? Come quando si sta per aprire un buon libro, è lecito cosa si vule chiedersi da esso. Stessa cosa per questo lavoro su Pietro Mennea. Fiction, e non documentario. Un taglio dedicato al grande pubblico, anche quello che non conosce alla perfezione tempi, misure, tecnica di corsa e programmi di allenamento. Spazio allora al percorso sportivo e interiore, alle emozioni e, perché no, ad un po’ di buoni sentimenti che non si trovano nelle classifiche e negli annuari di atletica.
  2. Bravo Riondino! Nelle vene dell’attore scorre sangue pugliese e si vede. Al di là dell’interpretazione dialettale, ha saputo cogliere alla perfezione quell’inquietudine e quella voglia di rivalsa che ha sempre delineato il ragazzo del sud Mennea, rappresentando alla perfezione tormento e fatica anche nelle immagini di corsa, e dimostrando pure un’ottima tecnica. Bravissimo!
  3. I primi anni. Bella, a mio avviso, la ricostruzione della Barletta dei primi anni ’60, con l’innocenza del bambino-Mennea nella sua voglia di correre il più veloce possibile, il rapporto con i suoi primi mentori ed i compagni di squadra dell’Avis Barletta. Una bella cartolina.
  4. I piccoli errori storiografici. E’ subito balzata all’occhio un’immagine di Alberto Cova trionfante alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, nel momento scenico in cui si rappresentava il 1972 e Pietro stava partendo per le Olimpiadi di Monaco. Errore di distrazione, non grave ma buffo. Allo stesso modo, alcuni avvenimenti sono volutamente romanzati e cronologicamente spostati (vedi la storia con Manuela). Accade spesso nelle fiction, giusto così.
  5. Trionfi e cadute. Le prime tre campagne olimpiche di Mennea (Monaco’72, Montreal ’76, Mosca ’80) sono state ricostruite in maniera equilibrata, così come suggestiva è stata la narrazione verso il mitico 19”72 di Mexico City 1979, passando per le vittoriose campagne europee di Roma ’74 e soprattutto Praga ’78. Particolarmente toccante, e cinematograficamente azzeccata, la scena dell’ideale corsa tra Pietro Mennea e Tommie Smith, suo idolo.
  6. La Fidal. La “nostra” federazione non ne esce benissimo da questa fiction. Sappiamo che tra Mennea (e Vittori) e la stessa Fidal c’è stato un continuo rapporto di odio e amore, ma vale la pena sottolineare che tutte le parti hanno dato e ricevuto tanto, permettendo all’atletica italiana di arrivare all’apice del mondo in quegli anni, nonostante una gestione non sempre lineare e trasparente. Altri tempi, comunque.
  7. Formia. Per chi c’è stato e ci ha vissuto, per chi ci si è allenato e ci ha fatto fatica, ri-vedere Formia regala sempre un’emozione. Bella e verosimile la ricorstruzione della Formia anni ’70, anche se talvolta un po’ troppo generosa. Però in quel tempo l’Italia era un paese all’avanguardia nell’atletica e nello sport. In quel tempo, appunto.
  8. E’ un bellissimo spot per l’atletica. Questa è la lezione che dobbiamo trarre da “La Freccia Del Sud”. Pietro Mennea, e con lui l’atletica, sono entrati nelle case di milioni di italiani. E’ un orgoglio per il nostro movimento. Come ho detto dal primo momento, adesso bisogna stampare i DVD e spedirli in tutte le scuole e le società sportive del nostro paese!
  9. Ora, non dimenticare. Pietro Mennea, la sua vita, la sua forza interiore, le sue debolezze e le sue contraddizioni sono entrate nella storia. La Tv ha riportato alla luce un personaggio difficile, complesso, ingombrante nella sua grandezza. Ora sta a noi tutti portare avanti la sua storia di uomo e di atletica, insegnare la storia di un Napoleone o di un Carlo Magno dello sport alle genarazioni che non hanno avuto il privilegio di vederlo correre.
  10. Vittori-Barbareschi. Impossibile non parlarne. Luca Barbareschi, ricordiamo, è il produttore di questa fiction. Della serie: “Il pallone è mio e decido io le squadre”. Ha scelto di fare il Carlo Vittori, un personaggio così importante ed ingombrante la cui interpretazione ha rappresentato più una scommessa che un vezzo. Alla fine me n’ero quasi affezionato. Ma Vittori è Vittori…!

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