Quando la preparazione è “atletica”: il minestrone all’italiana

“Prendete un calciatore fresco. Ponetelo su di uno spazio erboso oppure su una superficie artificiale. Aggiungete gradualmente delle tavole propriocettive, tagliate degli elastici ed affettate dei traini leggeri. Sminuzzate il tutto in piccole ripetute ad abbassate la densità dell’allenamento per non rischiare di bruciare il contenuto. Controllate il tutto con la telemetria, mantenendo la frequenza costantemente moderata. Bollite il tutto a bassa intensità, aggiungendo a piacere qualche addominale e un pizzico di stretching. In poco più di mezz’ora il vostro minestrone è pronto”.

Parafrasando un masterchef qualsiasi (dove peraltro, in tal caso, l’eccellenza conta) il giorno dopo un’amara e prematura uscita di scena della Nazionale azzurra dai Mondiali 2014 che ha portato a dimissioni, recriminazioni e processi, vale la pena soffermarsi sull’unico aspetto che la mia scarsa esperienza può constatare: l’inconsistenza della preparazione atletica nel calcio italiano.

Tutto ciò non è certo un atto d’accusa nei confronti dello staff azzurro, che a mio avviso può ben poco influire nei brevi ritiri invernali e pre-torneo, quanto una constatazione generale su come nel calcio italiano sia quasi totalmente assente una cultura del lavoro e dello sviluppo delle capacità condizionali. a meno che non si vogliano prendere per buone le scuse sul caldo tropicale brasiliano, che i giocatori della Costarica sono abituati ad un clima simile e che quelli dell’Uruguay abitano poco lontano…

Troppo spesso – e troppo frettolosamente – si sente dire che i tradizionali mezzi di allenamento dell’atletica leggera non sono adatti al calcio, senza alcun distinguo, senza una letteratura specifica che lo dimostri e soprattutto se dettati dalla paura di intaccare un sistema che si basa ormai solo sul mantenimento e sul controllo della condizione fisica esistente, anziché sulla programmazione e sul processo di costruzione della performance. Un processo in cui, passo dopo passo, i mezzi di controllo hanno soppiantato i mezzi di allenamento. Dove la falsa cultura della prevenzione degli infortuni è diventata una scusa per non allenare a fondo le capacità condizionali. Dove la fatica si fa sì in partita, ma non la si costruisce in allenamento. Dove i dati telemetrici sulle distanze percorse in campo, trionfalmente quanto intempestivamente decantati da qualche troppo ottimista collega della stampa dopo l’effimera vittoria contro l’Inghilterra, hanno dimostrato di avere ben poca attinenza con la reale condizione fisica dei giocatori, e discutibile applicazione del suo processo di sviluppo e costruzione. ma, si sa, la tecnologia al giorno d’oggi ha il suo grande appeal, ed è sempre più faticoso rinunciarvi. Anche a costo di sacrificare la vecchia cara metodologia, quella che si studia ancora sui testi universitari e che ancora applicano quei matusa dei tecnici di atletica. Per fortuna.

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