Atletica paralimpica: dove ci porterà tutta questa tecnologia?

Oliveira

Integrazione con l’atletica tradizionale o spazio sconfinato alla tecnologia? Il mondo paralimpico si interoga in questi giorni durante i suoi Campionati Mondiali di atletica, di Lione. Ma a quanto pare dimostra già di avere le idee chiare. Il miglioramento dell’efficienza tecnologica fa giorno dopo giorno passi da gigante nel campo delle protesi da corsa, scoprendo arti protesici sempre più performanti. Gli atleti paralimpici, da parte loro, paiono beneficiarne sempre di più, in un mondo che però sembra essere sempre più lontano dai concetti dell’atletica tradizionale.

Risultati eclatanti con le protesi di ultima generazione. I Campionati Mondiali Paralimpici di atletica di Lione ci hanno fin qui mostrato dei risultati incredibili in alcune categorie di gara. Nella T43 (atleti con doppia amputazione sotto il ginocchio) il brasiliano Alan Oliveira ha corso i 100 metri in 10”77, i 200 in 20”66 per finire con 48”58 sui 400, questi ultimi senza mai provarli in allenamento, come da lui dichiarato. Nella stessa categoria, ma al femminile, l’olandese Marlou van Rhijn ha doppiato 100 e 200 rispettivamente in 13”02 e 26”74 (quest’ultimo con forte vento contrario), mentre il tedesco Markus Rehm è volato a un incredibile 7,95 nel salto in lungo staccando con la sua speciale protesi in fibra di carbonio.

Una sorta di doping tecnologico, ma legale. I regolamenti IPC parlano chiaro: le protesi, che servono a dare protezione e stabilità agli atleti, non possono dare ulteriori vantaggi ad essi (6.2). Eppure, si ha l’impressione che si stia in qualche modo aggirando le regole. Ad esempio la forma delle protesi, le più nuove con un “tallone” che sporge decisamente all’indietro rispetto ad uno normale, con il risultato di dare all’atleta una postura del tutto sbilanciata in avanti e sulle punte delle protesi, con il beneficio di poter appoggiare a terra pochissimi centimetri quadrati e di avere tempi di contatto che nessun atleta normodotato sognerebbe di avere.

Pistorius caso isolato? Sembra proprio di sì. Il campione paralimpico, fuori dai giochi per le sue note vicende giudiziarie, resterà con tutta probabilità l’unico atleta paralimpico nella storia ad aver corso contro i normodotati. Le sue protesi, un vecchio modello del 1996 costruito con l’idea di somigliare il più possibile ad un piede umano, sono state da tempo soppiantate da strumenti con diversi e sicuramente più performanti assetti, tempi di contatto e anche lunghezze. Anche se l’IPC attraverso il sistema MASH (un complicato calcolo che attraverso una serie di coefficienti dovrebbe risucire a trovare la lunghezza ideale e consentita dell’arto protesico) dovrebbe scongiurare l’utilizzo di protesi di lunghezza sproporzionata. Allo stesso tempo, però, non si sono posti limiti agli assetti delle nuove protesi ed al peso e all’efficienza dei loro materiali.

Diversa meccanica di corsa, diversi allenamenti? Assistiamo dunque ad una svolta epocale per la conformazione delle nuove protesi, ma anche di conseguenza per l’assetto e la tecnica della corsa. Si è visto che molti atleti con i nuovi ausili, riescono ad avere una maggior frequenza di passi nella corsa in virtù di tempi di contatto più brevi. La loro falcata non è più “rotonda” (come di solito è quella di un atleta normodotato e anche com’era quella di Oscar Pistorius), ma con un passo breve e decisamente tagliato, con le ginocchia che non hanno bisogno ed anzi non devono salire, visto che l’efficienza della protesi tende a sopperire anche il lavoro dei muscoli quadricipiti e ischio-crurali. Nei prossimi periodi, a livello paralimpico non si potrà più parlare di metodologia tradizionale nell’allenamento della velocità, ma di un metodo distante e parallelo che tende ad allenare non le catene muscolari preposte alla corsa veloce, ma solo come supporto agli arti protesici, con l’obiettivo di rendere più efficiente il lavoro di questi ultimi.

Finito l’effetto-Londra? Nel frattempo, la scarsità di pubblico e di interesse attorno all’evento mondiale di atletica paralimpica dimostra purtroppo come gli stadi pieni della Paralimpiade di Londra siano ormai un lontano ricordo. Poca gente ha assistito ai Campionati Mondiali di Lione. Il circo paralimpico sembra andare in una direzione ben precisa, distinto e distante dall’atletica tradizionale. Con la scelta netta della tecnologia a dispetto della parificazione. Sarà la scelta giusta?

QUI l’articolo originale in inglese sul sito AIPS: http://www.aipsmedia.com/index.php?page=news&cod=11350&tp=n

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2 Responses to Atletica paralimpica: dove ci porterà tutta questa tecnologia?

  1. ALESSANDRA GIORGI scrive:

    Dispiace dover dedurre che il fenomeno di pubblico di Londra 2012 sia finito. Ma questo dipende sicuramente dal movimento internazionale che deve sempre dare un seguito ai buonissimi risultati precedenti. E’ una mancanza di competenze, secondo me. E’ vero, le protesi ad un certo qual modo possono far deviare dalla realtà e possono lanciare gli atleti che le usano verso una dimensione che non è raggiungibile dall’atletica normale. Se così vogliamo dire. Solo che si cerca con i nuovi mezzi della tecnologia di aiutare gli atleti amputati e di dar loro possibilità di gareggiare con più comodità possibile e in modo da renderli competitivi. A questo punto, non potremmo vedere più un atleta paralimpico con quelli “normali” proprio per non sfalzare le regole. Spero comunque in una comunione di intenti sia per rilanciare il paralimpismo, sia per coniugare il mondo olimpico con quello paralimpico, in quanto gli atleti hanno tutti lo stesso cuore.

  2. [...] e saranno coloro che non avranno l’ausilio delle protesi a dover inseguire. La pensa così Andrea Giannini che sul suo sito scrive ” [Pistorius] resterà con tutta probabilità l’unico atleta [...]

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