“Record”: il salto con l’asta visto da Nicola Catenaro

Il contatto tra sport e letteratura è spesso rischioso quanto interessante. E’ come se si incontrassero due persone molto diverse tra loro: pochi i punti in comune, ma quando “scatta la scintilla”…E la scintilla è prontamente scattata in “Record”: un racconto composto da Nicola Catenaro, giornalista e scrittore di Teramo che ha inserito il suo racconto nel libro “La porta di Ferro”, edito da Ricerche&Redazioni. Ho avuto il privilegio di aiutare Nicola dal punto di vista tecnico, ovvero di svelare quei particolari del salto con l’asta che solo chi ci ha vissuto conosce a fondo. Per il resto ci ha pensato lui, e piuttosto bene, nel racconto riportato qui sotto. Buona lettura!

RECORD

Sulla pedana, prima di saltare, il tempo si dilata. I secondi sembrano minuti, i minuti pesano come ore trascorse in solitudine. Questa notte non ho chiuso occhio, quindi non so dove trovo la forza per riuscire a sollevare l’asta. Eppure un’energia strana mi attraversa il corpo. È come se, per compensare la fatica della notte insonne, stessi attingendo ad una riserva, tanto preziosa quanto limitata, che moltiplica la mia potenza. Potenza, sì: è questo il segreto. Se avessi nel mio cervello la stessa potenza che ho nelle braccia e nelle gambe, non avrei esitazioni né fragilità di cui dolermi, velleità da rimpiangere o embrioni di sogni ormai bruciati da ricordare. Ma il malandrino oscuro che tiene in pugno la mia anima (un gobbo dal nome tristezza) non possiede il mio corpo, non riesce a prendersi i miei istinti e le mie fibre muscolari se non di riflesso. Se non attraverso una strana febbre che mi inquina le vene come un perfido veleno. Ma io respiro, respiro, sono vivo. O, almeno, così sembra.

Via: è il momento di iniziare la rincorsa. Ho davanti a me diciotto o forse venti passi di velocità. Tradotti in metri, fanno circa quaranta. È il momento in cui si brucia la metà delle energie disponibili, non un grammo di più altrimenti non ce n’è abbastanza per le altre fasi. I muscoli del viso sono contratti, la schiena leggermente piegata in avanti per una serie di balzi che appaiono, a guardarli alla moviola, quasi innaturali. È la rincorsa di un guerriero, simile ad un’esplosione di gioia. Una sensazione estremamente diversa da quella che provo quando penso a te, Pedra. Immagino che i tuoi occhi mi stiano seguendo in questo momento – incollati alle scarpette rosse che da sempre indosso per scaramanzia o per vezzo non so più – per capire se i passi sono giusti e se i piedi colpiscono con la giusta intensità la pista. Sei stata sempre curiosa, una bambina intelligente con gli occhi rapidi e tanta voglia di conoscere le cose e il mondo e il perché delle cose e del mondo. Tua madre è lì, poco oltre la pista, che cerca insieme a me una via di uscita da questa autostrada senza più emozioni. Sono mesi che ci evitiamo cercando di far finta che non stia accadendo niente. Non ci sono novità all’orizzonte, non ce ne saranno per i prossimi secoli.

Il pensiero di te però mi infonde sollievo, getto alle spalle il cuore gonfio di tristezza. E così divento in un attimo più leggero, più veloce. Corro insieme a te, piccola Pedra, tu sei la mia benzina. Sollevo in alto le ginocchia, non avverto più alcuna fatica, sono agile come un cerbiatto, ho la forza di una tigre. Soprattutto, sono veloce. Tra qualche frazione di secondo, quando arriverò alla cassetta d’imbucata, dovrò sopportare uno sforzo straziante per riuscire a flettere l’asta e per resistere alla potenza che la stessa mi restituirà permettendomi di valicare l’asticella.

Sei tu, Pedra, che mi guidi in questa impresa. Perché sei tu, adesso e per sempre, il significato della mia vita. Il tempo trascorre lentamente su questa pedana mentre io corro, corro all’impazzata. Ogni passo mi avvicina al tuo viso, ogni balzo è un passo verso l’immortalità del tuo amore. Vorrei essere un giaguaro, vorrei non avere un cervello, vorrei buttare via alle ortiche questo male orribile che mi attraversa i pensieri. E così spingo forte per terra le gambe, premo ogni oltre limite l’acceleratore, chiudo gli occhi per non pensare più, per concentrami su di te. Ma io sono qui, Pedra, sono carne e ossa, lacerate e stanche, mentre tu non ci sei. I nostri mondi sono destinati a non incontrarsi, a meno che io non cerchi di strappare il duro velo che sta al confine delle nostre rispettive realtà e non riesca a dare uno sguardo all’interno. Sarei rapido, piccola, nel cercarti tra le schiere degli atleti che non corrono più, nel farmi largo tra la folla in attesa dell’eternità. Sarei rapido, non mi farei notare, ti individuerei immediatamente, colorata di rosso e azzurro in mezzo al popolo in grigio, ti prenderei per mano e ti porterei via, senza voltarmi, prima che il velo si richiuda per sempre.

Sono interminabili questi secondi, questi ultimi metri di rincorsa, il lasso di tempo in cui l’asta si abbassa fino ad essere quasi perpendicolare al terreno, pronta per finire con precisione nella cassetta d’imbucata. Ora arriva il momento più delicato. La mia velocità, Pedra, si tramuterà in potenza pura. Lo stacco precede di poco la fase di caricamento dell’asta e mi fa comprendere come qualcosa di diverso stia accadendo. Lo sforzo che mi occorre per piegare l’attrezzo supera le mie capacità fisiche. Non c’è neanche bisogno che cerchi una spiegazione. “Devi stare attento, l’asta è terribile”, mi diceva sempre Pino nelle lunghe sedute di preparazione ai primi salti. Si riferiva alla forza necessaria per resistere al contraccolpo nel momento stesso in cui stacchi i piedi da terra e pieghi l’asta per prendere il volo. Io, in quei giorni, non avevo ancora l’approccio mentale e la struttura fisica necessari per saltare. Ero uno spilungone con gli arti grandi e con pochi muscoli. Ricordo perfettamente i miei allenamenti pomeridiani dopo lo studio: riscaldamento con la corda, come i pugili; poi passavo alle interminabili serie di scatti per allenare la velocità, con un bilanciere da dieci chilogrammi utilizzato al posto dell’asta; quindi si passava agli addominali, mimando su un panca inclinata le fasi di caricamento e di oscillazione; il finale era concentrato sul potenziamento delle braccia con trazioni e piegamenti tali e tanti da illividire i tricipiti.

“Devi mettere su un po’ di muscoli”, mi diceva Pino. Non ci volle molto, mi allenavo sei giorni su sette. In un anno misi su cinque chili e progredii in velocità e potenza. Avevo diciassette anni quando conquistai il record regionale. Dopo, fu una serie lunga di riconoscimenti e soddisfazioni. Fino all’anno del titolo di campione europeo, che coincise con il tuo arrivo, Pedra. Tua madre era ancora in ospedale quando centrai il salto decisivo. Lo feci per voi due e, soprattutto, in onore del tuo arrivo. Non potevi guardarmi, lo so, ma potevi intuirmi. Come io intuisco te. Questo legame non è mai finito. Lo so per certo. E io lo ritroverò.

Ho fatto sistemare l’asticella a un’altezza impensabile. Se riuscirò a superarla, avrò bruciato ogni misura fatta registrare finora. E sarà record mondiale. Non ho seguito alcun tipo di preparazione specifica per questo appuntamento. Ma ho cambiato l’asta. Quando al reparto tecnico ho chiesto che me ne fornissero una di cinque metri e cinquanta con un coefficiente di flessione pari a sette punto cinque, il capo tecnico mi ha guardato con occhio interrogativo e mi ha chiesto se per caso fossi impazzito. Ho risposto con sicurezza che no, non ero pazzo, semplicemente ero sicuro di effettuare il salto ad un’altezza superiore a 6 metri e 14, l’imbattuto record di Bubka. Lui ha replicato che non era l’altezza a preoccuparlo ma il coefficiente di flessione. “Non sarai capace di piegare l’asta” ha sentenziato.

L’asta l’ho piegata, è la risposta del mio corpo che non avevo previsto. La resistenza necessaria per tenere a bada le sollecitazioni che l’attrezzo mi restituisce non è nelle mie capacità. E io, per un attimo, ho creduto di non farcela. Credo ancora di scivolare e invece l’asta mi tira su ad una velocità impressionante. Faccio appena in tempo a piegare le gambe e, irrigidendo gli addominali, a chiudere il mio corpo come in un guscio. Vado su, in alto, non so quanto, scorgo il mondo al contrario. Ho compiuto migliaia di salti, ma questo è diverso. È un balzo verso l’eternità, dalla luce al buio, dal sole al tramonto, e di nuovo luce e ancora luce. Mi sto avvicinando, Pedra, papà torna a casa per abbracciarti di nuovo. Lascio lentamente l’impugnatura dell’asta e mi volto per venirti a prendere. Sono qui, Pedra, papà è qui, lasciati accarezzare, lasciati baciare. Piccola, mi sei mancata…

Non sento più nulla, dopo. Non ho sentito più nulla, neanche adesso. Non ho avvertito il vuoto sotto di me, non mi sono accorto del precipizio che si è spalancato al di là dell’asticella. Sono caduto da un’altezza di quasi dieci metri e, poi, quando mi sono schiantato al suolo, sulla pista, lontano dal tappeto che mi avrebbe salvato la vita, non ho avuto il tempo di riflettere che, in fondo, ero già morto prima di saltare. Si può essere vivi fisicamente, cerebralmente, e contemporaneamente si può essere cadaveri nelle pulsioni emotive e nell’anima. Io lo ero diventato dopo averti visto, Pedra, svanire lentamente in quel letto squallido di ospedale, in quella luce buia e senza speranze, tra medici che ti facevano il funerale fingendo di salvarti e infermiere che si prodigavano quando ormai non c’era più nulla da fare. Ho visto tua madre disperarsi, e questo già bastava per desiderare di morire. Poi ho visto il colore della tua pelle cambiare, liquefarsi come una caramella al sole, e ho pensato che non avevo più voglia di niente. Ora che sono di qua anche io, in questo cielo stellato e caldo, zeppo di liquido refrigerante e striato di azzurro malinconico, penso che la mia carcassa – quella che giace su un lato del campo e sulla quale una moltitudine di persone si affolla cercando vanamente di rianimarla – non valeva molto neanche quando un po’ di sangue le percorreva le vene. E finalmente ti vedo!

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